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05 gennaio 2017

Pietà urbana

Un granello di polvere al di sotto della perfezione.
Alla finestra l'alba glaciale, la pianura deserta incendiata dal vento.
C'è calore in un angolo remoto della mente. Pensiero che batte e ribatte incalzante come un'ossessiva riaffermazione.
La sirena espande le sue grida e per un istante la vita intorno esita.
Ecco che l'uomo riprende il suo discorso privato che non può più tenere per sé, e va e va e va e va, si mette a discutere e a gesticolare, la voce si estende, impreca e imbastisce la sua arringa incespicando nel pianto, la voce lavata dalla morte vibra, scivola in un lamento balbettante, geme angoscia ubriaca, si ferma e ricomincia, poi si ripiega, si accascia sull'asfalto e si rialza continuando a gridare contro qualcuno che tutti giurano non è mai stato lì. Le parole non servono, ma la voce, oh la voce si.
C'è bisogno di una nuova intonazione del dolore, che puntuale arriva, e si lascia dietro un cimitero di bellezza.  Un motore si allontana fumando e la ragazza con i capelli appiccicati al viso viene via dall'ospedale contro la notte, cammina con le mani in tasca, più veloce, corre, corre.
Quello che si poteva creare si è bruciato sotto un liquido rossastro, sulle piastrelle di un bagno pubblico della stazione. Tutta la vita non vissuta è compressa nella fuga lurida del pavimento, sotto il dorso della mano abbandonata.
La paura si arresta e anche le ragioni per girare la chiave della porta.
Così sembra.
Ma questa città non si arrende. La ragazza esce in strada, barcolla. Non sai cosa arretra dietro la fronte di tutti i volti apparentemente impermeabili che popolano il marciapiede, sotto la pelle delle braccia appese nel metro. Vorrebbe cedere alla nausea. Resistere. Sottrarsi al vecchio becero istinto nichilista: arrogarsi il primato della solitudine incurabile. Non è una città di replicanti. Quella donna con un velo colorato. L'uomo sporco. Il ragazzo con le cuffie sopra il berretto. Non lo sa, non può. Non è l'unica consapevole. Gli altri. Tutti. L'amico cinese. La ragazza con il padre ubriaco. Il ricco imprenditore di ascensori che continua a dare le sue festicciole chic. Quei due in fila al cinema, questo signore con il giornale. Target di mercato in isolamento. Se lo ripete: lo sanno, lo sanno, lo sanno, lo sanno... Il grido si espande dentro e le allaga le vene.
Ferma a riprendere fiato come un bambino, con il silenzio per un secondo soltanto spinto giù nel fondo delle orecchie, con l'estate lontana chiusa fuori, troppi muri più in là. Il freddo nella schiena. Non finisce, rallenta. Sembra strano. Il climax stesso pare arrivare incredulo, che non sia il fiotto di piacere dell'esplosione sferragliante che ci percuote ripetutamente il midollo, che non sia quello che ci aspettavamo, che sia l'unicità del momento, che rallenti fino ad arrestarsi e poi riprenda a salire, che venga dalle grida dell'uomo salito in alto ben oltre il nostro livello di sicurezza, e che gridando e sapendo di noi, adesso ci guarda, finalmente ci vede e grida ancora più forte verso il cielo, senza pietà, grande, sudato e magnifico come una creatura irreale saettante e mostruosa.
Non è chiaro se facendolo si stia rivolgendo a noi, contro di noi. Potrebbe darsi, è quasi certo, che lo faccia anche per noi.





02 maggio 2013

Alzara project

Scribbled Wire Sculpture by David Oliveira
Ho una scrittura grezza e arrogante. Quando tento di costruire, limare e rifinire mi ritrovo imbrigliata in un linguaggio simbolico in terra fantasma che non riesco a normalizzare, e quando infine mi sforzo aggiusto e riaggiusto non sono certa di aver ottenuto quello che volevo. Rileggo e mi dico che quello che volevo era proprio il linguaggio simbolico. Forse la spiegazione va cercata nel motivo per cui mi piacciono la letteratura americana e Sean Penn*. Non perchè siano grezzi o arroganti - forse un pò anche per questo lo ammetto -,  ma perchè guardano il mondo da una prospettiva delusa; non dal tempo però, piuttosto per via di un'incapacità ad adattarsi che si esprime nel non volersi sgrossare. Come se l'eccesso di stile depotenziasse l'urlo che per chiunque è il vero movente del voler dire qualcosa. Sembrano ingenuità, percezioni adolescenziali, comunicazione di pancia. Forse è solo insofferenza. Sappiamo che non è così che funziona, la letteratura lo dimostra ampiamente con le sue storie scarne e potenti, i linguaggi purificati che scolpiscono le epoche. Eppure non basta. Non basta a me, e non basta ora e qui, in un universo come questo in cui le voci sono dappertutto provengono da ogni punto dello spazio e del tempo e si accavallano coprendo le voci con altre voci, e qualunque cosa si dica di certo la replicherà qualcuno tra un momento, e anzi è molto probabile che l'abbia già detta un altro. Così rimane solo l'urlo svuotato che si sgretola e inghiotte il tempo, e il tempo si scompone in tante piccole schegge perdendo la funzione di contenitore e di chiave di lettura di una coscienza in evoluzione. E' così che l'idea di Alzara è nata e -  molto molto lentamente -  sta procedendo. Le schegge si sparpagliano in tutte le direzioni sulle pagine e così sia.


*Più l'idea del regista e attore Sean Penn che non il vero regista e attore Sean Penn.