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27 novembre 2019

Il mestiere di vivere







     "Nell'inquietudine e nello sforzo di scrivere, ciò che sostiene è la certezza che nella pagina resta qualcosa di non detto."



Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, 4 maggio 1942


24 gennaio 2016

Le farfalle notturne dell'Impero Russo


Questo libro fino ad ora a me sconosciuto di un autore sconosciuto mi è stato regalato anni fa ed è rimasto latente sullo scaffale, occhieggiando un giorno e per molti altri restandosene nascosto dietro altri dorsi e altri titoli e copertine.
Per qualche ragione o per nessuna in particolare ho iniziato a leggerlo un giorno del mese scorso. Si è subito rivelata una lettura originale, di quelle che sembrano avere come obiettivo quello di sgretolare le tue convinzioni personali su ciò che ti piace di più in letteratura. Convinzioni che bisogna dire ci si costruisce quasi sempre in base ad automatismi mentali fuorvianti. L'occhio che guarda sé stesso non restituisce mai, come si può facilmente comprendere, immagini troppo affidabili.

Non si tratta di un romanzo psicologico, o piuttosto lo è moltissimo, ma non è la psicologia dei personaggi ciò che traccia e fa muovere la trama. In copertina si parla di echi di Nabokov e di certo si, gli echi ci sono, anche se non sono le farfalle ad evocarlo. Di Nabokov mi sembra di avvertire il sapore agro di una vicenda che si svolge su piani sovrapposti, uno dei quali, il più affascinante per me, è freddo e cerebrale, l'occhio che guarda sé stesso appunto. Un altro invece è il tema caldo delle ossessioni maschili per la sfuggente natura femminile. Molti i fatti, gli spostamenti tra città e ambientazioni diverse dai nomi evocativi già alla pronuncia, Istanbul, Stoccolma, Livadia, Odessa. Arrivi partenze, dialoghi, attese, contrattazioni, fughe e lingue diverse che finiscono con il confondersi e mescolarsi in un gioco intrecciato di percezioni in cui è impossibile per il protagonista  non perdersi.
La ricerca della farfalla introvabile mi era sembrata fin dal principio una metafora debole, banale, della caccia alla donna inafferrabile (ma le farfalle notturne si presteranno anche ad altre metafore pertinenti alla storia). Eppure Prieto è riuscito a renderla interessante e credibile facendone una tessera inserita in un mosaico più grande, sfumato e complesso, in cui vicende di avventurieri dediti al contrabbando,  astute manovre di prostitute schiave di uomini barbari e pericolosi, donne menomate che diventano loro malgrado strumenti di altrui vite, navi mercantili e treni, attese vane e fughe, fanno da sfondo ad una storia tutto sommato semplice che si riempie di sostanza attraverso la mediazione delle lettere. Si tratta di lettere scritte a mano, esaltate e coltivate con una dedizione quasi compulsiva, e diventano il vero motore dello svolgersi dell'intera vicenda. Lettere che prendono vita ispirandosi a scambi epistolari più antichi sui quali disserta in alcuni casi diffusamente - così come l'autore di questo libro si nutre di molta letteratura del Novecento - cercando e creando con altre più illustri lettere continue corrispondenze, e che andando molto al di là del loro scopo come semplice mezzo di comunicazione, si costituisce come il filo sottilissimo che tiene unite le vite e i loro passaggi incrociati sull'intricata mappa del romanzo.

(Le farfalle notturne dell'Impero Russo, José Manuel Prieto - 2003, Marco Tropea Editore)


Biografia:
José Manuel Prieto è nato all'Avana nel 1962. Laureatosi in ingegneria a Novosibirsk, capitale della Siberia occidentale, è rimasto a vivere in Russia per dodici anni. Durante questo periodo ha lavorato come direttore commerciale in una ditta di esportazioni di dubbia fama ed è stato ingegnere in un piccolo villaggio della Siberia, oltre a svolgere lavori meno confessabili. Sempre in quegli anni ha tradotto dal russo allo spagnolo autori come Josif Brodskij e Anna Achmatova. Attualmente vive in Messico, dove insegna storia russa.

02 aprile 2015

Il tempio di lettere

Che talento ho per la lettura! Lo so, perché dopo qualche tempo non conservo quasi nulla se non un’impressione, un colore, una convinzione di ciò che ho letto, senza poter essere in grado di riportare una frase o riassumere un capitolo. Se rileggo un libro che so avermi impressionato, le frasi che avevo sottolineate non mi sembrano più così importanti, mentre oggi ne segnerei di nuove tra quelle che forse avevo del tutto ignorato, e che ora non so più di aver letto.

Estasi e materia è un libro che in cinque anni non ho finito di rileggere. Qualcuno che non mi conosceva me lo suggerì, indovinando un possibile ceppo comune dai miei poveri scritti. Da allora non dimentico questo libro, ma dimentico cosa voglio che contenga. E così porto avanti i lavori del mio tempio infinito.

Trovo tutto questo magnifico e tragico.

Non essere tragici, non essere demoliti costantemente da sé stessi, sarebbe uno spreco di tempo, un’occasione mancata.

25 luglio 2013

Rilke - Lettere a un giovane poeta





Circa due anni fa lungo una stradina ai piedi della funicolare di Montmartre ho raccolto una fotocopia sbiadita che invitava a una lettura pubblica delle elegie duinesi. Non sono andata all'incontro, ma da allora ho sempre portato il foglietto con me passandolo di agendina in libro. Sono passati molti mesi, finchè mi sono imbattuta in questo piccolo volume di Adelphi. Non ho ancora letto le elegie, ma di certo adesso so qualcosa sulla fiducia senza ombre che Rilke riponeva nella scrittura.
Nelle lettere a un giovane poeta soprattutto, Rilke dà prova di come i pensieri acuminati possono essere scritti senza acredine, e che se scritte con eleganza le idee più sfrontate sanno giungere dirette taglienti, e pacificanti.
Queste pagine viaggiano senza ostacoli beffandosi beatamente delle barriere del tempo. Vorrei essere il signor Kappus (e certo anche la giovane signora, benchè in questo caso si tratti di lettere molto diverse, meno letterarie), lo invidio per le profonde attenzioni che Rilke gli riserva. E invidio me stessa, perchè per fortunate piccole combinazioni ho idea di cosa sto leggendo.
Va bene che la letteratura non deve essere consolatoria. Ma per l'appunto, le lettere a un poeta colpiscono la mente senza durezza eppure spaccandola in due come una pesca acerba. E però sono anche una limpida pozza nel folto della foresta, dopo aver a lungo intuito l'odore dell'acqua.



17 gennaio 2013

Espressione

  
Una lettera d'amore, o l'espressione di un desiderio, assoluto, insincero, completamente falso, certo. Tale è l'ebbrezza - generata, respirata - da non potersi figurare a guardare fissi davanti sè o addirittura intorno come normalmente si fa. L'altezza, la vertigine, non sono che il sottinteso bruciante di una follia spaventosa che fa del vuoto l'estasi. E per questo si resta per tutto il tempo a guardare verso l'alto, senza alcuna preoccupazione di essere o non essere sè stessi.





"Il trucco? Eccessivo. Sfacciato. Gli occhi allungati fino ai capelli. Le unghie dipinte. C'è forse qualcuno di normale e ragionevole che cammini su un filo o si esprima in versi? E' davvero da pazzi. Uomo o donna? Mostro, decisamente. Anzichè sottolineare la singolarità di un simile esercizio, il trucco l'attenuerà: non stupisce infatti che un essere carico di ornamenti, dorato, dipinto, equivoco insomma, passeggi senza bilanciere là dove mai si avventurerebbero un piastrellista o un notaio.
    Imbellettato, dunque, e sontuosamente, fino a provocare, non appena comparirà, la nausea. Già alla tua prima piroetta sarà chiaro che quel mostro dalle palpebre violette poteva danzare solo lì. E' senz'altro questa sua particolarità, si diranno tutti, a portarlo su un filo, è quell'occhio allungato, sono le guance dipinte, le unghie dorate a costringerlo là dove noi - Dio ce ne scampi! - non ci avventureremo mai."

(Jean Genet, Il funambolo)

12 ottobre 2012

Ettore Fobo

La prosa di Ettore Fobo, che sia un discorso su prose o poesie di altri oppure un riflesso interiore, è scritta in una lingua chiara: niente potrebbe nascondersi dietro le parole se non le ombre stesse dei contenuti che creando anfratti e cunicoli rendono desiderabile diramare simultaneamente i percorsi del pensiero. E' proprio questo il linguaggio che mi illudo di riconoscere, in parte per essere giustificata ad abbandonare la strada appena scelta per altre strade tutte coerenti con quella originaria poiché la sorgente stessa è mobile, instabile, perfetta e inutile, colma di vuoto. Sembra che la sostanza dei versi sia polvere staccata da questi pensieri appena più concreti, in cui tutto ciò che si rappresenta come umano è sfuggente e indefinibile, ma sempre riconoscibile. E' un'intercapedine in cui restare o muoversi, un luogo sempre tragico ma anche ridicolo, perché non manca mai la connotazione di eccessiva importanza nè l'assenza di significato dell'essere uomo, centro esatto di un niente e contenitore involontario di un universo non meno assente. Ciò che fluisce aumentando di spessore per poi dissolversi nuovamente tra un verso e una verità sottintesa se non taciuta - resa pura visione - è una specie di grazia della consapevolezza limpida e tranquilla di questo niente, e del ruolo della poesia che se ne fa voce per lo più inascoltata. In nessun tempo più che tra questi versi ombre e solitudine sono bene accette, la guerra è aperta e mai combattuta tra i due orrori opposti, le due condanne tra cui non è dato scegliere o mediare: l'omologazione o il silenzio - mentre la natura (il corpo, il sangue) fa da specchio agli aspetti più gelidi e vuoti di cui è intrisa l'esistenza sfiorati dalla brillantezza del momento predestinato alla fine.


"Vivo in quest'alito di inchiostro"

"(...) potremmo vivere in un flessuoso
vagito di ossessioni e visioni
od andare preconfezionati e infetti
tra i sassi sfatti od intatti
annegare nel plancton sciamante
dagli artigli del Re Corvo."

"No, nemmeno andarsene è utile,
bisogna nascere e vivere con lo slancio
di un milione di corvi, sotto il sole afflitto
di un'intelligenza che ha visto tutto."

"Togliersi una maschera
non è cosa da poco,
perchè sotto la sua scorza
strati di pelle maciullata
dicono quanto ella fosse,
seppur per breve istante,
proprio il nostro volto.

Non è poco
togliersi una maschera,
spesse volte è il vuoto
quello che copriva,
o la ben nota
stanchezza di essere cosa,
sotto il vilipendio dell'assenza."

"Custode di una perla di follia,
aveva versi rapidi come il fiume,
distoglieva il gioco dal suo senso,
moltiplicava abissi e si perdeva
in sconnessioni orfiche e danzava.
(...)
Con questo vento di poesie fuori dalle tasche,
fogli scritti col lapis,
per darla a bere al nulla, alla luna,
coll'impeto delle sue lacerazioni."

 (Ettore Fobo, da Sotto una luna in polvere, Kipple Officina Libraria, 2010)

Estasi e materia

"Mi capita di provare la stessa ripugnanza di quell'uomo che si uccise per non doversi più radere tutte le mattine. E tuttavia, il quotidiano, il quotidiano soltanto riesce a farmi aggrappare all'esistenza. Questi piccoli obblighi, questi ritmi sono formativi. Mi sono necessari. Mi liberano perché mi sottomettono. E' così: ho bisogno della schiavitù, delle regole di vita, dei ritmi. La mia libertà sopravvive soltanto all'interno di questa cornice. Allora, perché questa ripugnanza? Può darsi che il mio spirito non desideri veramente vivere? E' forse il lontano rumore di una tentazione profonda in ogni uomo, la tentazione del suicidio? Ogni minuto racchiude questa strana dualità. Il corpo é la vità, lo spirito é morte. La materia é l'essere, l'intelletto il nulla. E il segreto assoluto del pensiero é senza dubbio questo desiderio mai dimenticato di reimmergersi nella più estatica fusione con la materia, nel concreto tanto concreto da divenire astratto. La vita é forse questo passaggio, questa situazione tragica e instabile, questo nodo, questo punto che si muove sulla linea d'evoluzione dal nulla al nulla.
(...)
Anche rinunciare al piacere d'essere umili é duro. E' duro respingere questa parte di sé friabile, succulenta, generosa. E' duro sapere con esattezza ciò che si é. E' più facile lasciarsi andare a un esaltato affaccendarsi, ricevere lodi, dire a se stessi che si fa il bene. Questo lusinga. Questo permette momenti esaltanti. Al paragone di una simile civetteria, mi sembra molto preferibile l'orgoglio.
La pietà é intollerante, l'amore é tirannico, la virtù é ipocrita e la carità ingiuriosa. Se li paragoniamo a queste imbecilli virtù, i difetti sono meno aggressivi. Essi almeno non imbrogliano.
(...)
Povertà. Silenzio. Dolcezza. Non é nemmeno necessario essere lucidi. Nella pratica sistematica dell'illusione, c'é una povertà autentica e profonda. Sprofondato nel proprio gorgo, nella miserabile vertigine dell'immaginario, l'uomo può trovare questa umile pace, questa virtuosa riservatezza. Perché l'importante non sta nei livelli: ciò che é, é nell'essenza; e c'é una virtù della menzogna come c'é una virtù dell'esattezza. L'armatura, lo scheletro duro e indomabile dell'uomo, é questa fierezza che ha fatto il cammino a ritroso su se stessa ed é divenuta umiltà. Chi transige, chi mercanteggia con se stesso non é degno di essere piccolo. La volontà dell'infelicità non é facile: vuole essere portata fino in fondo, ha sete di infinito, desiderio di assoluto. Per essere abbandonato nudo e solo ci vuole passione e follia, come per essere grande fra i grandi. La gloria e l'infermità sono sovente della stessa natura: supremo orgoglio e suprema umiliazione tanto per l'una che per l'altra."

(J.M.G.Le Clézio, Estasi e Materia)

America

"Volevo scrivere qualcosa che parlasse a livello molto, molto profondo dell'America (...)"

(David Foster Wallace, Although of Course You End Up Becoming Yourself)

Le menti umane

"Mentre l'estate si avvicinava, e le sere si allungavano, agli speranzosi, ai vigili, che passeggiavano sulla spiaggia, apparvero immagini le più strane -  carni trasformate in atomi che il vento trasportava, stelle che guizzavano nei cuori, rupi, mare, nuvole, messi lì apposta tutti insieme per riunire all'esterno gli elementi dispersi di una visione interiore. In quegli specchi che sono le menti umane, in quelle pozze di acque inquiete in cui di continuo le nuvole mutano e si formano delle ombre, i sogni persistevano, ed era impossibile resistere alle strane premonizioni che i gabbiani, i fiori, gli alberi, gli uomini, le donne, e fin la bianca terra sembravano proclamare (ma se interrogati, pronti a ritrattare): il bene trionfa, la felicità vince, l'ordine predomina. Impossibile resistere allo stimolo insolito di vagare in ogni direzione alla ricerca di un bene assoluto, un cristallo di intensità, distante dai piaceri conosciuti e dalle virtù familiari, estraneo ai processi della vita domestica, unico, duro, luminoso, come un diamante nella sabbia, che fa sicuro chi lo possieda."

(V. Woolf, Al faro)