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03 agosto 2017

John Ruskin - Gli elementi del disegno


Con John Ruskin è stato un appuntamento non programmato, presso lo scaffale dei volumi in evidenza di una bella libreria di Roma.

Sfogliando "Gli elementi del disegno" edito da Adelphi, ho subito avvertito di avere tra le mani un testo stratificato, in cui se il disegno è oggetto del discorso, lo è come un frutto da raccogliere soltanto ad avvenuta maturazione. O se si preferisce, un pretesto, affinché chi legge possa dischiudersi gradualmente e spontaneamente allo spirito dell'arte in tutte le forme, appassionarsi, in primo luogo alla natura e all'idea di coltivare, e solo successivamente concentrarsi sul raccolto.

Se si vuole leggere il testo alla lettera, il raccolto è la capacità di disegnare e di dipingere. Ma più si procede con la lettura, più si avverte dietro ogni pensiero e suggerimento, l'idea che sottende all'intera opera e che ne domina il paesaggio: l'importanza della visione, del gesto di guardare ridotto all'osso, come atto puro. E' come avere a disposizione un sistema di coordinate per orientarsi nel rapporto con la realtà, e mi sembra che questo sistema possa essere valido per qualunque tecnica espressiva si abbia intenzione di utilizzare, compresa la scrittura.

Un approccio tradizionale, romantico,  alla natura e all'arte. John Ruskin non è stato un rivoluzionario. Tuttavia il suo tono diretto è moderno. Non è necessario essere rivoluzionari per essere interessanti. E così accade che leggo tanto volentieri i suoi scritti, di cui anche Marcel Proust si è occupato. E accade anche che nel farlo mi coglie una strana nostalgia di qualcosa di calmo, come un sentimento antico: il desiderio pungente di sedermi e conversare di pittura e di disegno, di Turner e di poesia, di letteratura e dell'arte, con un signore dallo sguardo limpido e acuto che non posso avere mai incontrato.


"
(...)

è sicuramente dannoso che qualsiasi rapporto con le finalità produttive venga a turbare la formazione dell'artista stesso

(...)

E' mia convinzione che l'eccellenza di un artista, in quanto tale. dipenda interamente (tralasciando le differenze di temperamento individuale e di personalità) dalla finezza della percezione (...) l'unica regola, del resto, che finora ho riscontrato senza eccezioni in materia artistica è che la grande arte possiede sempre quella finezza

(...)

ritengo che la visione sia più importante del disegno (...) Inoltre, per i giovani e gli studenti per diletto, è sicuramente più importante saper apprezzare l'arte altrui che non acquisire essi stessi una considerevole abilità artistica

(...)

Nessun individuo addestrato alla frettolosa esecuzione della moderna pittura all'acquerello è in grado di capire la maniera di dipingere di Tiziano o di Leonardo; rimarrà per sempre cieco alla finezza del tratto di artisti di quel calibro, e alla precisione del loro pensiero. Invece, per modesto che sia il livello di abilità manuale raggiunto dallo studente che adotterà il metodo illustrato nelle lettere qui di seguito, garantisco che se eseguirà una sola volta la serie degli esercizi suggeriti comincerà a comprendere che cosa sia l'arte dei grandi maestri; quando poi avrà fatto progressi negli esercizi, il piacere che proverà nel guardare la pittura delle grandi scuole e la nuova percezione della meraviglia del paesaggio saranno tali dal ripagarlo di una fatica molto maggiore di quella che io gli avrò chiesto di affrontare

(...)

inviterei a considerare se l'acquisizione di un'abilità tanto grande quale l'espressione pittorica del pensiero non meriti qualche fatica; oppure se sia concepibile, nell'ordine delle cose nel nostro mondo operoso, che possano ottenere un dono così grande coloro che non ne vogliono pagare il prezzo.

(...)

Vigoroso, nel senso di intrepido, va bene; ma nel senso di trasandato, troppo sicuro di te ed esibizionista, mille volte no; anche se non fossi un principiante, infatti, sarebbe comunque un cattivo consiglio. Una bravata si compie facilmente in poco tempo, ma un'opera buona e bella è di solito eseguita lentamente. Non troverai vigore nel modo in cui è dipinto un petalo, o l'ala di un uccello; e se la natura non è vigorosa nelle sue opere, credi tu di doverlo essere nella tua? Non dare retta, dunque, a ciò che dice la gente, e lavora pazientemente con la matita;

(...)

Se ogni volta vediamo nel modo giusto e ci proponiamo la cosa giusta, faremo progressi anche se la mano ha qualche incertezza. Ma se ci proponiamo un fine sbagliato, o non ci proponiamo nulla, non conta quanto ferma sia la mano.

(...)

Se sei in grado di disegnare quel sasso, sei in grado di disegnare qualsiasi cosa, purché sia disegnabile. Molte cose non lo sono affatto, come la spuma marina; si può soltanto suggerirne più o meno efficacemente, l'idea. Ma se impari a rendere il sasso nel modo giusto, tutto ciò a cui l'arte può arrivare è anche alla tua portata.

(...)

Se non guardi ciò che vedi, se cerchi di rendere i colori più vivaci o più smorti di quelli che hai davanti agli occhi e di procedere a tratti o a grumi di colore, o di coprire il foglio di linee <<vigorose>>, o comunque di rappresentare altro che la semplice, spontanea e compiuta tranquillità dell'oggetto davanti a te, puoi abbandonare la speranza di fare progressi. La natura non ti insegnerà nulla, se ti poni di fronte a lei come un padrone. Dimenticati di te stesso, invece, cerca di obbedirle, e l'obbedienza ti si rivelerà più facile e lieta di quello che pensi.

(...)

Ricordati sempre che un frammento eseguito con ogni cura vale più di molti scarabocchi; quando ti senti in vena di scarabocchiare, metti da parte risolutamente il lavoro, e non riprenderlo fino all'indomani.

(...)

Quando infatti sai disegnare i bolli sparsi fra le pieghe di un tessuto stampato, hai qualche probabilità di saper seguire le macchie nelle pieghe della pelle di un leopardo proteso in un balzo, ma se non sai disegnare il manufatto non potrai mai disegnare la creatura vivente. Così pure le striature del legno, disegnate minuziosamente, sono la migliore introduzione al disegno delle nuvole e delle onde marine; mentre i motivi vegetali inanimati del panneggio di un damasco, se ben rappresentati, ti metteranno in grado di districare con perizia gli intrecci delle foglie vive di un ciuffo di biancospino o di una sponda di violette.

(...)

Non bisogna incominciare dagli interstizi più grandi per passare a quelli più piccoli in seguito, occorre invece ritoccare tutto con metodo e regolarità fino a un certo limite, poi procedere un altro pò, e via di seguito, potendo così vedere sempre con chiarezza la parte già fatta e quella da fare.

(...)

Dobbiamo studiarci di raggiungere l'esattezza, a qualunque costo: in seguito ci accorgeremo che sappiamo essere esatti nella libertà.

(...)

Mettiti bene in testa fin da ora che nel disegno non si può esprimere nessun particolare con la stessa forza che ha nella realtà

(...)

I volumi illusori risultano sempre dalla parziale esagerazione delle ombre; quando te ne accorgi, hai la certezza che un disegno è di poco o nessun valore: un disegno o un dipinto di fattura veramente buona tende sempre a essere leggermente piatto.

(...)

Tutta la forza tecnica del dipingere consiste nel ritrovare quella che potremmo chiamare l'innocenza dell'occhio, ossia una sorta di percezione infantile di quelle macchie piatte di colore, per sé sole, senza la coscienza del loro significato, alla maniera in cui le vedrebbe un cieco se tutt'a un tratto ricuperasse la vista.

(...)

Nel corso dell'infanzia facciamo tali esperimenti senza riflettere, dopodiché, arrivati ad alcune conclusioni sul significato di certi colori, continuiamo a supporre di vedere quello che in realtà semplicemente sappiamo, e a stento abbiamo coscienza dell'aspetto reale dei segni che abbiamo imparato a interpretare. Sono pochissime le persone che sanno che l'erba colpita dal sole è gialla.
Orbene, da sempre ogni valente artista sa tornare quanto più possibile alle condizioni della visione infantile.

"

13 luglio 2017

Lamia



The scent grows richer, he knows he must be near,
He finds a long passageway lit by chandelier.
Each step he takes, the perfumes change
From familiar fragrance to flavors strange.
A magnificent chamber meets his eye.
Inside, a long rose-water pool is shrouded by fine mist.
Stepping in the moist silence, with a warm breeze he's gently kissed.
Thinking he is quite alone,
He enters the room, as if it were his own,
But ripples on the sweet pink water
Reveal some company unthought of
Rael stands astonished doubting his sight,
Struck by beauty, gripped in fright;
Three vermilion snakes of female face,
The smallest motion, filled with grace.
Muted melodies fill the echoing hall,
But there is no sign of warning in the siren's call:
"Rael welcome, we are the Lamia of the pool.
We have been waiting for our waters to bring you cool."
Putting fear beside him, he trusts in beauty blind,
He slips into the nectar, leaving his shredded clothes behind.
"With their tongues, they test, taste and judge all that is mine.
They move in a series of caresses
That glide up and down my spine.
As they nibble the fruit of my flesh, I feel no pain,
Only a magic that a name would stain.
With the first drop of my blood in their veins
Their faces are convulsed in mortal pains.
The fairest cries, 'We all have loved you Rael'."
Each empty snakelike body floats,
Silent sorrow in empty boats.
A sickly sourness fills the room,
The bitter harvest of a dying bloom.
Looking for motion I know I will not find,
I stroke the curls now turning pale, in which I'd lain entwined
"O Lamia, your flesh that remains I will take as my food"
It is the scent of garlic that lingers on my chocolate fingers.
Looking behind me, the water turns icy blue,
The lights are dimmed and once again the stage is set for you.

(The Lamia, Peter Gabriel)



“Too frail of heart! For this lost nymph of thine,
Free as the air, invisible, she strays
About these thornless wilds; her pleasant days
She tastes unsee; unseen her nimble feet
Leave traces in the grass and flowers sweet;
And by my power is her beauty veil’d
To keep it unaffronted, unassail’d,
By the love-glances of unlovely eyes,
Of Satyrs, Fauns, and blear’d Silenus’ sighs.”
…..
“Thou shalt behold her, Hermes, thou alone,
If thou wilt, as thou swearest, grant my boon!”
…..
“I was a woman, let me have once more
A woman’s shape, and charming as before.
I love a youth of Corinth – O the bliss!
Give me my woman’s form, and place me where he is.
Stoop, Hermes, let me breath upon thy brow,

And thou shalt see thy sweet nymph even now.
...
It was no dream; or say a dream it was,
Real are the dreams of Gods, and smoothly pass
Their pleasures in a long immortal dream.
One warm, flush’d moment, hovering, it might seem
Dash’d by the wood-nymph’s beauty, so he burn’d;
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Then, lighting on the printless verdure, turn’d
To the swoon’d serpent, and with languid arm,
Delicate, put to proof the lythe Caducean charm.
So done, upon the nymph his eyes he bent,
Full of adoring tears and blandishment,
And towards her stept: she, like a moon in wane,
Faded before him, cower’d, nor could restrain
Her fearful sobs, self-folding like a flower
That faints into itself at evening hour:
But the God fostering her chilled hand,
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She felt the warmth, her eyelids open’d bland,
And, like new flowers at morning song of bees,
Bloom’d, and gave up her honey to the lees.
Into the green-recessed woods they flew;
Nor grew they pale, as mortal lovers do.



14 giugno 2017

Zona di conforto

Così ecco, lo sciroppo caldo di questa giornata scivola via.
Eppure pulsa e batte come il mistero liquido in questa musica che ora mi accompagna: le composizioni stratificate e impossibili da decifrare in pochi ascolti, di Jeff Buckley (Non fatevi ingannare da quella voce che apparentemente tutto soverchia, o da una parvenza di semplicità, bisogna cercare un pò al di sotto della calda coperta di suoni segreti e di fragili armonie che ha il coraggio di osare, consacrarsi e raccogliere qualcosa di stupefacente ad ogni ascolto, in ciascun brano, e, in ogni singola versione dello stesso brano).

Sto scoprendo con intensa gioia che alcune scrittrici del passato si dedicavano al disegno.
Sylvia Plath per esempio. Praticandolo provava quel senso di pace "simile alla preghiera" in cui mi riconosco, e che evidentemente la scrittura non dà - scrivere è sfiancante, scrivere è un tributo che ogni persona che vi si dedichi con serietà sente di dover pagare a se stesso, pena quella ben nota frustrazione, e un bruciante senso di colpa.
Flannery O'Connor affermava che il disegno può aiutare a sviluppare lo spirito di osservazione utile a uno scrittore. E' certamente vero, anche se ho l'impressione che delle due cose l'una rappresenti lo smarrimento dell'altra.
Non mi sorprende dunque che numerosi scrittori e poeti abbiano sentito la necessità di disegnare e dipingere. E qualcosa mi dice che c'è ancora di mezzo lo sconforto dello scrittore.
Disegnare può essere appagante e perfino suscitare autentica gioia quando riesci con pochi segni a far emergere una visione, e le parole invece ti tradiscono.


"Ieri ho disegnato un bell'ombrello e una bottiglia di Chianti" (Sylvia Plath)





"Brutte scarpe e una bottiglia di Beaujolais. Comincio a vedere l'infinito in un granello di sabbia"

Da Sylvia Plath Drawings

29 maggio 2017

Jingle


Sono così squallide queste vezzose tendine charleston. Un jingle penetrante la cui stupidità esalta la piattezza di un risveglio ordinario. Mi indispone la leggerezza di questi svolazzi vermigli. Vorrei sentirmi dolce, invece.
Mi circondo di cose, compro cose per anestetizzarmi, proprio come tutti. Sono e voglio da sempre essere come tutti.




dalla mia vecchia casa  Vagamente sonnambula

07 maggio 2017

Flannery O'Connor - Tutti i racconti

Ogni racconto di di Flannery O'Connor è un colpo di scure che si abbatte sul lettore senza pietà. La difficoltà nel leggere questa scrittrice non deriva da un'oscurità del linguaggio, o da scelte stilistiche sperimentali come può accadere per esempio con Faulkner al quale viene spesso assimilata (in Faulkner peraltro lo sforzo richiesto viene ricompensato da una metodica traslazione della coscienza di chi legge in un altrove quasi tangibile, dove è possibile respirare ciò che le parole non chiariscono).
Nei racconti di Flannery O'Connor tutto accade nell'esattezza cristallina delle parole.
Non è amata incondizionatamente questa autrice, e con questo intendo procurarmi una buona giustificazione per averla conosciuta molto tardi. Comunque immagino sia effettivamente così, e credo che la motivazione più credibile sia che le sue storie sono crudeli, le conseguenze delle scelte dei personaggi e l'assurdità delle scelte, difficili da accettare, odiose in un modo che non permette di ignorare chi siamo nel mondo reale. Non è confortevole leggere e sentirsi smascherati nella flagranza delle proprie ottuse convinzioni. Senza metafore e oscuri simbolismi l'autrice ci mette in guardia contro le insidie dell'eccesso di virtù. E a quale scopo rendere impenetrabili i dettagli in realtà, quando tutta l'opera della O'Connor nel suo complesso è racchiusa tra i contorni di un'unica grande metafora. Non sentitevi troppo al sicuro, sembra tuonare a guisa di angelo vendicatore ad ogni racconto, voi che vi credete integri, addirittura giusti. L'inevitabile condanna è lì che attende all'epilogo di ogni storia, ed è sempre frutto di un gigantesco errore di valutazione, di una cecità incallita del protagonista. Eppure mi sento libera di leggere questi scritti illuminati dalla luce sinistra di una religiosità coriacea, come un monumento alle incoerenze della natura umana descritta in tutti i suoi più profondi aspetti laici, un'enciclopedia dell'odioso arroccarsi sulle proprie convinzioni che rivelano una totale incapacità di giudicare gli altri senza pregiudizi, e di conoscere chi si è veramente. Ed è con sconcertante maestria che nell'esaltazione delle certezze più resistenti, soprattutto se intessute di traboccante bontà e virtù, scheggia dopo scheggia in ogni racconto si va a lastricare il pavimento lucido e scivoloso dell'inferno.

23 gennaio 2017

L'Islanda non è abbastanza fredda


L'Islanda che emerge da questo romanzo non è un paese felice, e gli individui di queste storie non sono individui felici. Camminano incerti e barcollanti come ubriacati dalle intemperie delle loro esistenze.

La prosa poetica di Jón Kalman Stefánsson è a tratti ben costruita, toccante ma aspra come lo sono il freddo, gli odori, il pesante fango della fatica quotidiana, esistenze le cui prospettive si assottigliano sotto la lama del tempo che passa, i desideri che faticano a farsi spazio nei giorni tutti difficili al di là delle tragedie che pure accadono, pervasi da una sottile disperazione. In queste pagine storie e personaggi sono potenti e credibili.

In altre pagine però - sopratutto nella prima metà del libro e poi forse ancor più nelle ultime pagine - questo gelo si sgretola sotto un fastidioso compiacimento nell'uso delle parole, che a volte scivola nella pura e semplice sdolcinata banalità. La voce narrante qui è predicatoria e ammiccante, ingombra e  toglie spazio ai personaggi che senza di lei funzionerebbero benissimo; un esempio tra altri le pagine sull'abbraccio, pagine in cui l'autore sente l'esigenza di illustrarci la bellezza e il potere terapeutico di un abbraccio, e c'è da chiedersi chi davvero può sentire il bisogno di pagine di questo tipo, che avrebbero potuto tranquillamente essere omesse senza che la storia patisse alcun danno.

Peccato perché c'è tanto materiale in questo libro, c'è un contenuto che per lo più si adatta perfettamente alla forma, tutto sommato equilibrata nel difficile compito di descrivere i sentimenti, lo sforzo di vivere una vita piena, di sentirsi in grado di assolvere i difficili ruoli che la famiglia come istituzione impone.  Margrét emerge tra i vari personaggi come figura femminile di grande intensità e inquietanti contraddizioni.

In conclusione questo romanzo pubblicato da Iperborea non mi ha convinto completamente, ma è stata una lettura tutto sommato interessante. Non so se mi cimenterò nella lettura di Paradiso e Inferno. Qualche timore c'è di imbattersi in un elogio "insopportabile" della letteratura.





21 gennaio 2017

Il vaso

Un altro vaso sconcio
e un riflesso verde smeraldo

ci battiamo per la pronuncia del chatworld
senza comunicare altro che svendite

salta-fosso primordiale

un gran minestrone dietrologico




05 gennaio 2017

Pietà urbana

Un granello di polvere al di sotto della perfezione.
Alla finestra l'alba glaciale, la pianura deserta incendiata dal vento.
C'è calore in un angolo remoto della mente. Pensiero che batte e ribatte incalzante come un'ossessiva riaffermazione.
La sirena espande le sue grida e per un istante la vita intorno esita.
Ecco che l'uomo riprende il suo discorso privato che non può più tenere per sé, e va e va e va e va, si mette a discutere e a gesticolare, la voce si estende, impreca e imbastisce la sua arringa incespicando nel pianto, la voce lavata dalla morte vibra, scivola in un lamento balbettante, geme angoscia ubriaca, si ferma e ricomincia, poi si ripiega, si accascia sull'asfalto e si rialza continuando a gridare contro qualcuno che tutti giurano non è mai stato lì. Le parole non servono, ma la voce, oh la voce si.
C'è bisogno di una nuova intonazione del dolore, che puntuale arriva, e si lascia dietro un cimitero di bellezza.  Un motore si allontana fumando e la ragazza con i capelli appiccicati al viso viene via dall'ospedale contro la notte, cammina con le mani in tasca, più veloce, corre, corre.
Quello che si poteva creare si è bruciato sotto un liquido rossastro, sulle piastrelle di un bagno pubblico della stazione. Tutta la vita non vissuta è compressa nella fuga lurida del pavimento, sotto il dorso della mano abbandonata.
La paura si arresta e anche le ragioni per girare la chiave della porta.
Così sembra.
Ma questa città non si arrende. La ragazza esce in strada, barcolla. Non sai cosa arretra dietro la fronte di tutti i volti apparentemente impermeabili che popolano il marciapiede, sotto la pelle delle braccia appese nel metro. Vorrebbe cedere alla nausea. Resistere. Sottrarsi al vecchio becero istinto nichilista: arrogarsi il primato della solitudine incurabile. Non è una città di replicanti. Quella donna con un velo colorato. L'uomo sporco. Il ragazzo con le cuffie sopra il berretto. Non lo sa, non può. Non è l'unica consapevole. Gli altri. Tutti. L'amico cinese. La ragazza con il padre ubriaco. Il ricco imprenditore di ascensori che continua a dare le sue festicciole chic. Quei due in fila al cinema, questo signore con il giornale. Target di mercato in isolamento. Se lo ripete: lo sanno, lo sanno, lo sanno, lo sanno... Il grido si espande dentro e le allaga le vene.
Ferma a riprendere fiato come un bambino, con il silenzio per un secondo soltanto spinto giù nel fondo delle orecchie, con l'estate lontana chiusa fuori, troppi muri più in là. Il freddo nella schiena. Non finisce, rallenta. Sembra strano. Il climax stesso pare arrivare incredulo, che non sia il fiotto di piacere dell'esplosione sferragliante che ci percuote ripetutamente il midollo, che non sia quello che ci aspettavamo, che sia l'unicità del momento, che rallenti fino ad arrestarsi e poi riprenda a salire, che venga dalle grida dell'uomo salito in alto ben oltre il nostro livello di sicurezza, e che gridando e sapendo di noi, adesso ci guarda, finalmente ci vede e grida ancora più forte verso il cielo, senza pietà, grande, sudato e magnifico come una creatura irreale saettante e mostruosa.
Non è chiaro se facendolo si stia rivolgendo a noi, contro di noi. Potrebbe darsi, è quasi certo, che lo faccia anche per noi.





20 dicembre 2016

My business

I must create a system or be enslav'd by another man's.
I will not reason and compare.
My business is to create.


(William Blake, Jerusalem)

10 ottobre 2016

Orizzonte

La delete della voce
come una natura senza linguaggio
come sparare sulle stelle

viaggiavi al contrario
sapevi chi eri o tentavi soltanto mille strade di valenza?
in volubili strisce di carta appiccicata ai vestiti
eri cosciente o eri in fuga
vagante di un piccolo personale cosmo-angoscia
salvifico razzo interstellare stralunato tra mille
intromissioni nelle galassie-coscienza

ci sono e c'erano tele strizzate sulle strade rosse
perfette lineari incubatrici per le tue  - e mie -  grandi ossessioni
crocifissioni alberi e paurosi segni morti
sensazionali fusioni di peccati

quello che capivo
quello che non capivo
e che non so e che non capisco
il tuo vero piano il tuo solo progetto
farmi vedere farci lottare
combattere per la tua guerra e una pietra nera

era pieno di luce il nostro inverno
ho viaggiato tanto a lungo  
il treno era grigio la musica distorta
graffiavo con foga ogni simbolo indelebile
e tu ritornavi con un'illusione più grande
tutto, tutto, tutto compresso in un gorgoglio impossibile
e perfetto

tutta la vita in un bacio sulla morte

ora il terrore è qui davanti alle istruzioni di un codice
e non c'è più il tempo

ora senza una strada uccido pietosamente le luci di mille divergenze
e nel precipitato di un orizzonte
apro gli occhi

chiedendo di dormire

04 ottobre 2016

L'arte

Tu hai detto: 'Le domande innocenti sono anche le più pericolose'.
Non ho capito cosa significasse. Anche quando la banalità ti offendeva e ti rabbuiavi all'improvviso, quando la volgarità strappava il velo della tua imperturbabilità,  non sapevo interpretare completamente le tue ragioni.
Amavi ferire perché la superficialità ti causava un dolore. E solo nel dolore di un altro potevi specchiarti.
Tremavi d'arte.
Volevi che il mondo intero tremasse, in stato di assedio, alla spada della tua innocenza.

12 settembre 2016

L'acqua



























David Foster Wallace (Ithaca, 21 febbraio 1962-12 settembre 2008 -> ∞)

"

Quasi tutti gli scrittori che conosco sono molto concentrati su se stessi, non nel senso che si pavoneggiano davanti allo specchio, ma che hanno una tendenza non solo verso l’introspezione, ma verso una tremenda forma di autoconsapevolezza.

Perciò negli ultimi due anni ho investito una parte molto maggiore della mia energia a insegnare, cioè di fatto esercitandomi a vivere da essere umano.

Si va lì per incontrare autori che sulla carta sono semplicemente straordinari, e di persona sono del tutto disadattati.

pensieri riguardo all’effetto desiderato non sono mai puri, mai privi di fini egoistici. Però ci sono parecchi libri che dopo averli letti mi hanno lasciato per sempre diverso da com’ero prima, e penso che tutta la buona letteratura in qualche modo affronti il problema della solitudine e agisca come suo lenitivo. Siamo tutti tremendamente, tremendamente soli. Ma c’è qualcosa, quantomeno nei romanzi e nei racconti, che ti permette di entrare in intimità con il mondo, e con un’altra mente, e con certi personaggi, in un modo in cui non puoi proprio farlo nel mondo reale. Io non so cosa stai pensando.

perché le varie sensazioni che proviamo possano poi riverberarsi anche nel mondo reale.

Mi sa che a volte quando scrivo, se cerco di essere particolarmente offensivo, scandaloso e via dicendo, in realtà ho solo il desiderio vorace di provocare un qualche tipo di effetto.

se hai un po’ di tecnica, puoi assicurarti che il lettore non resti indifferente.

In passato il compito della letteratura era rendere familiare ciò che era strano, portarti in un posto e fartelo apparire familiare. Ma mi sembra che una caratteristica della vita di oggi sia che tutto si presenta come familiare, quindi una delle cose che l’artista deve fare è prendere molta di questa familiarità e ricordare alla gente che è strana.

Ovviamente, non è che tutto questo processo lo fai in maniera consapevole mentre scrivi.

Ma trovo che gli scrittori più giovani abbiano il dovere di darsi una spiegazione più articolata del motivo per cui la tv è diventata una forza così dominante nella coscienza della gente, anche solo per il fatto che noi sotto i quarant’anni abbiamo fatto parte per tutta la nostra vita cosciente del pubblico televisivo.

Dato che una parte ineluttabile dell’essere umano è la sofferenza, ciò che noi esseri umani cerchiamo nell’arte è anche un’esperienza di sofferenza: che sarà necessariamente un’esperienza mediata, o per meglio dire una generalizzazione della sofferenza.

Mentre l’arte «alta», quella che non punta principalmente a farti sborsare dei soldi, è più probabile che ti causi malessere, o che ti costringa a faticare per arrivare ai suoi piaceri, proprio come nella vita reale il vero piacere è in genere un derivato della fatica e del disagio.

Perciò è difficile per il pubblico dell’arte, specialmente quello più giovane, che è stato educato ad aspettarsi che l’arte susciti piacere al cento per cento, e senza nessuno sforzo, leggere e apprezzare la letteratura alta. E questo è un male. Il problema non è che i lettori di oggi sono stupidi, non penso che sia così. È solo che la tv e la cultura commerciale di massa li hanno addestrati a essere piuttosto pigri e infantili nelle loro aspettative. E questo rende più difficile che mai cercare di coinvolgere i lettori di oggi, sia a livello intellettuale che di immaginario.

liberarsi dal dolore senza affrontare la causa profonda sarebbe come spegnere il campanello d’allarme mentre l’incendio divampa ancora.

Ma voglio solo dire che dare la colpa alla tv è un atteggiamento miope. La tv è solo un sintomo come tanti altri. Non è stata la tv a inventare il nostro infantilismo

Sarei patetico se dessi la colpa dei miei difetti a qualcosa di esterno, ma mi sembra comunque che tutti e due questi problemi si possano ricondurre all’esperienza schizogenica che ho vissuto da ragazzino, quando da una parte avevo la passione dei libri e leggevo un sacco, e dall’altra guardavo quantità mostruose di tv.

Mi sorprendo a inventare battute o a tentare esercizi di acrobazia formale e mi accorgo che niente di tutto ciò è davvero al servizio della storia in sé; serve allo scopo ben più sinistro di comunicare al lettore: «Ehi! Guardami! Dai un’occhiata e guarda che bravo scrittore che sono! Voglio piacerti!» Ora, in un certo senso non c’è modo di sfuggire del tutto a questa dinamica,


Può diventare un continuo tentativo di farsi apprezzare e ammirare dal lettore, invece che un tentativo di creazione artistica.

ma abbiamo davvero bisogno di una letteratura che non faccia altro che mettere in scena il buio e la stupidità del tutto? Nei tempi bui, quello che definisce una buona opera d’arte mi sembra piuttosto che sia la capacità di individuare e rivitalizzare gli elementi di umanità e di magia che ancora vivono e risplendono nonostante l’oscurità dei tempi.

Non sto parlando di soluzioni basate sull’intervento politico o sociale in senso tradizionale. La letteratura non si occupa di questo. La letteratura si occupa di cosa vuol dire essere un cazzo di essere umano.

la rottura delle regole dev’essere fatta in nome di qualcosa.

Lo shock smette di essere un effetto collaterale del progresso e diventa fine a se stesso. Ed è una cazzata.

che ovviamente a sua volta deriva dall’assioma dell’arte commerciale secondo cui è l’impatto sul pubblico a determinare il valore dell’arte.

Solo che dopo i pionieri vengono sempre i giramanovella, gli omini grigi che prendono i macchinari creati da altri e girano semplicemente la manovella, così che dall’altro lato escano piccole pallette di metafiction.

preda a una smania insaziabile di apparente novità: «Cosa posso fare che non sia stato già fatto?»

artisticamente parlando sei morto.

È da te stesso che devi estraniarti, in realtà, per lavorare come si deve.

la nostra paura sia delle relazioni che della solitudine – due sottoinsiemi della paura di essere intrappolati in un’individualità (a livello psichico, non solo fisico)

Permette la fruizione passiva. La incoraggia.

ma perché quella forma di Realismo ormai è stata assorbita e corrotta dall’intrattenimento commerciale.

Penso di aver avuto una specie di crisi di mezza età già a vent’anni, il che probabilmente non depone molto a favore della mia longevità.

l’antitesi netta fra letteratura realistica e letteratura non realistica è solo una distinzione convenzionale, creata da gente che ha interesse a preservare la tradizione del Realismo con la R maiuscola. Un modo per emarginare tutto ciò che non è consolatorio e conservatore. Anche l’intento degli avanguardisti più ingenui, se ha dentro un po’ di integrità, non è mai: «Buttiamo a mare tutto il realismo», ma piuttosto: «Cerchiamo di prendere in considerazione e rappresentare aspetti dell’esperienza reale che in precedenza sono stati esclusi dall’arte».

mostrare quello che c’è sotto

Be’, per il lettore di oggi questa funzione di presentazione della letteratura si è rovesciata: dato che l’intero villaggio globale adesso ci viene presentato come familiare, come immediatamente accessibile per via elettronica – i satelliti, le microonde, gli intrepidi antropologi dei documentari della PBS, le coriste zulù di Paul Simon – è quasi come se avessimo bisogno che gli scrittori ripristinino l’ineluttabile stranezza delle cose strane, che defamiliarizzino il tutto

Ma la vita del lettore «al di fuori» della storia cambia la storia. Si potrebbe dire che influisce soltanto «sulla sua reazione alla storia» o «sulla sua interpretazione della storia». Ma queste cose sono la storia.

una volta che ho finito di scrivere, di base sono morto, e probabilmente è morto anche il testo: diventa puro e semplice linguaggio, e il linguaggio non vive soltanto nel lettore ma attraverso il lettore.

E forse l’unico vero valore di «Verso Occidente» sarà mostrare in che spirali di pretenziosità si va a cadere se si cazzeggia troppo con la ricorsività.

Devi considerare La scopa del sistema come la storia emotivamente delicata di un giovane WASP emotivamente delicato che ha appena vissuto una crisi di mezza età in seguito alla quale è passato dalla fredda e cerebrale analisi matematica a una visione altrettanto fredda e cerebrale della teoria letteraria di Austin-Wittgenstein-Derrida, il che ha anche trasformato la sua angoscia esistenziale dalla paura di essere solo una calcolatrice ambulante alla paura di essere un semplice costrutto linguistico.

Probabilmente è un buon esempio di come e perché gli autori spesso non capiscano un accidenti di quello che scrivono loro stessi.

che modo assurdo di riuscire nei propri intenti. Sono un esibizionista che vuole nascondersi, ma che fallisce nel nascondersi; e così, in qualche modo, ottengo il mio scopo.

Uno dei motivi per cui considero Wittgenstein un vero artista è che si è reso conto che nessuna conclusione potrebbe essere peggiore del solipsismo.

perché siamo bloccati qui, dentro il linguaggio, anche se almeno ci stiamo tutti insieme.

Io ci sono dentro. Noi siamo dentro il linguaggio. Wittgenstein non è Heidegger, non dice che noi siamo il linguaggio, ma dice che ci siamo comunque dentro, ineluttabilmente, proprio come siamo dentro lo spazio-tempo per Kant.

Il fondatore di un movimento non fa mai parte del movimento.

Non sembra che ogni parola, ogni riga e ogni stesura gli sia costata sangue. [Carver] Anche in questo sta la sua genialità. Dà l’idea che si possa scrivere un racconto minimalista senza sputarci sangue. E in effetti si può. Ma non sarà un buon racconto.

Ma nel rap ci sono delle contraddizioni che sembrano mostrare in modo perverso che, in un’epoca in cui la stessa ribellione è una merce usata per vendere altre merci, l’idea stessa di ribellarsi contro la cultura capitalistica dei bianchi non è solo impossibile ma incoerente.

Astenersi da ogni riferimento alla cultura pop vorrebbe dire o essere retrogradi nella propria idea di ciò che è «permesso» alla vera arte, oppure parlare di un altro mondo, diverso da questo.

Tutta l’attenzione e l’impegno e lo sforzo che come scrittore richiedi al lettore non possono andare a tuo vantaggio, devono andare a suo vantaggio.

ha a che fare con la qualità della scrittura ma non tanto con il puro e semplice talento.

Abbiamo visto che ormai si possono infrangere tutte o quasi le regole senza essere ridicolizzati e cacciati via a calci, ma abbiamo anche visto a quale tossicità può portare l’anarchia fine a se stessa.

E c’è qualcosa, nel capriccio assoluto e nel flusso disordinato, che invece smorza l’efficacia della scrittura.

La cosa strana è che vedo questi due fronti farsi la guerra quando in realtà hanno un’origine comune, che è il disprezzo per il lettore:

Credo che sia il miglior momento possibile per stare al mondo e forse il miglior momento per fare lo scrittore. Certo, dubito che sia il più facile.

È qualcosa di incredibilmente difficile, sconcertante e spaventoso, ma è un bel compito.

C’è della narrativa commerciale che è perfettamente in grado di riuscirci; una trama avvincente è perfettamente in grado di riuscirci: ma non mi fa sentire meno solo.

Sono brevi flash, fiammate, ma ogni tanto mi capitano. E non mi sento più solo, a livello intellettuale, emotivo, spirituale.

Philip Larkin, e anche Louise Glück, Auden

l’orazione funebre di Socrate, la poesia di John Donne, la poesia di Richard Crashaw, Shakespeare ogni tanto, ma non molto spesso, le opere più brevi di Keats, Schopenhauer, le Meditazioni sulla filosofia prima e il Discorso sul metodo di Cartesio, i Prolegomeni di Kant, anche se le traduzioni in inglese sono tutte pessime, Le varie forme dell’esperienza religiosa di William James, il Tractatus di Wittgenstein, Ritratto dell’artista da giovane di Joyce, Hemingway – specialmente gli intermezzi in corsivo di In Our Time, che ti fanno proprio fare wow! – Flannery O’Connor, Cormac McCarthy, Don DeLillo, A.S. Byatt, Cynthia Ozick – i racconti, specialmente uno che si intitola «Levitation» – Pynchon più o meno il venticinque per cento delle volte, Donald Barthelme – in particolare un racconto chiamato «Il pallone», che è stato il primo racconto a farmi venire voglia di diventare scrittore – Tobias Wolff, le cose migliori di Raymond Carver, quelle più famose. Steinbeck quando non rulla troppo i tamburi, il trentacinque per cento di Stephen Crane, Moby Dick, Il grande Gatsby.

dell’idea che la dedizione a un obiettivo è in qualche modo simile alla dipendenza da una sostanza.

Meno mi guardano, più posso guardare io, e più ci guadagniamo io e il mio lavoro
Se la gente vuole davvero sapere cosa ho mangiato per pranzo, va bene. Ma è una cosa un po’ tossica.

Quasi tutti gli scrittori che conosco sono strani ibridi. C’è una forte vena di egomania accoppiata con una timidezza estrema. Scrivere è una specie di esibizionismo privato. E c’è pure una strana solitudine, e il desiderio di avere un qualche dialogo con la gente, ma senza la capacità vera di farlo di persona.

Uno scrive quello che scrive, e solo a posteriori inventa il motivo per cui l’ha scritto, quindi c’è un elemento di falsità in ogni spiegazione

In superficie può sembrare che la storia si fermi e basta. Ma nelle mie intenzioni si ferma e poi resta lì ad aleggiare, come un ronzio e una proiezione. Musicalmente ed emotivamente mi è parso giusto come tono.

C’è qualcosa di dannoso nel gratificare ogni nostro singolo desiderio?

L’ironia e la ridicolizzazione sono le cause di un grande senso di disperazione e di stasi nella cultura americana, e l’ironia, che un tempo era l’arma dei ribelli, è stata cooptata e depotenziata dalla cultura di massa.
L’ironia ci tiranneggia. Tutta l’ironia negli Stati Uniti è basata su un implicito “non sto dicendo sul serio”».

All’epoca, in mano a scrittori come Ken Kesey l’ironia era una reazione appropriata a un mondo da telefilm buonista di cui andava smascherata l’ipocrisia. Ma oggi l’ironia nasconde soltanto il terrore di apparire sentimentali, melodrammatici o manipolatori in quei modi antiquati, fingendo al tempo stesso che l’ironia non sia anch’essa uno strumento di manipolazione.

Non c’è niente di male, è una trovata simpatica, da giovane, ed è la lingua che parliamo tutti. Eppure trovo anche terrificante il fatto che i miei studenti non si rendano minimamente conto di quanto siano schiavizzati dalla civiltà consumistica. Sono talmente schiavizzati che non se ne accorgono neanche. È come vivere sotto il fascismo e credere di essere in democrazia.

sul serio: che tipo di libro può pubblicare uno scrittore dopo un romanzo come Infinite Jest? Wallace dà la risposta più concisa di tutta la giornata: «È una cosa di cui non sono assolutamente in grado di parlare», dice.

Credo che invece sia meglio provare a far notare cose che tutti già hanno notato, ma che non hanno notato davvero di aver notato. Come peraltro fanno anche molti comici bravi.

meglio, John McPhee è all’altezza. Non so che influenza possano aver avuto, ma se dobbiamo parlare di quelli di cui sono un fan accanito... direi il primo libro di Frank Conroy, Un vero bugiardo di Tobias Wolff. Oddio, c’è pure il libro di un matematico di Oxford, tale Hardy, Apologia di un matematico. Hardy viene pure citato in Will Hunting – Genio ribelle, peraltro. Ma direi che la migliore è Pauline Kael. Anche Annie Dillard è bravissima, ma è una che si contiene molto di più.

Devi capire che scrivere un romanzo può essere molto strano, tipo avere un amico invisibile da bambini; poi lo ammazzi, anche se non è mai stato veramente vivo tranne che nella tua immaginazione, e devi rimetterti a fare la spesa e a parlare con la gente alle feste. I personaggi dei racconti sono diversi. Li vedi prendere vita solo con la coda dell’occhio. Non ci devi vivere insieme giorno dopo giorno.

la verbosità è parte integrante di una potente visione del mondo: le nuove realtà della hype mediatica e del sovraccarico di informazione non hanno certo reso la gente più felice.

Sai, mi piace la chiesa e mi piace far parte di qualcosa di più grande di me. Ma credo non sia destino che io riesca a far parte di una religione istituzionalizzata, perché non è nella mia natura accettare certe cose solo per fede.

L’America è un grosso esperimento su cosa succede se sei una società ricca e privilegiata che ha smesso quasi totalmente di essere pervasa a fondo dalla religione o dalla spiritualità. Se ne sente ancora la presenza a livello verbale: fanno parte dell’etichetta dei nostri leader, ma non sono più dentro di noi, il che per un verso ci rende molto liberali e moderati, non siamo fanatici e tendiamo a non andare in giro a far saltare in aria le cose. Ma per un altro, è molto difficile pensare che lo scopo della vita sia raddoppiare lo stipendio per poter andare più spesso al centro commerciale. Anche quando prendi in giro certe abitudini e te la ridacchi, capisci che dietro c’è proprio un vuoto oscuro.

Bisogna mettersi in testa che tutto questo ci impiegherà un attimo a entrare e uscire dal cervello della gente, a parte il mio e il tuo.

La compressione non è mai stata il mio forte.

Sono quelli sulla metropolitana il cui sguardo indifferente ha qualcosa dentro che in un certo senso mette i brividi. Qualcosa di rapace. Questo è perché gli scrittori si nutrono delle situazioni della vita. Gli scrittori guardano gli altri esseri umani un po’ come gli automobilisti che rallentano e restano a bocca aperta se vedono un incidente stradale: ci tengono molto a una concezione di se stessi come testimoni.

Don DeLillo, Cynthia Ozick e Cormac McCarthy, tutti tra i cinquanta e i sessanta. Tra i miei coetanei amo molto, fra gli altri, George Saunders, che pubblica spesso sul New Yorker, e Richard Powers – per il modo incredibile in cui sa combinare e trasfigurare dati – Joanna Scott [che, gli ricordo, vive dalle sue parti, a Rochester], Denis Johnson, anche se più le sue poesie dell’inizio che i suoi lavori recenti di cui ora si parla tanto. A San Francisco c’è William T. Vollmann, che è molto prolifico. C’è un suo libro, I racconti dell’arcobaleno, che ti fa rizzare i peli su parti del corpo su cui non hai peli.

La narrativa è fatta per essere letta interiormente, per marciare al passo dei circuiti mentali delle persone, e la voce che sentiamo nella nostra testa è molto diversa dal suono della nostra laringe.

Quando va tutto bene, alla fine ti senti stanco in un modo molto bello. Ecco, provi una stanchezza davvero molto bella.

Probabilmente tutti i lavori sono uguali e sono tutti pieni di una noia terribile, di disperazione e di cauti frammenti di soddisfazione di cui però è molto difficile parlare con qualcuno. Ma la mia è solo un’ipotesi.

ovviamente il realismo è un’illusione di realismo e l’idea che alcuni piccoli dettagli banali siano per qualche ragione più reali e autentici dei dettagli strambi o fuori norma mi è sempre sembrata un po’ rozza.

ma io non so davvero che tipo di scrittore sono, e credo che lo stesso valga per quasi tutti i miei colleghi. Cerchi solo di scrivere cose che a te sembrino vive.

molto di quello che per convenzione definiamo, tra virgolette, Realistico ai miei occhi è fasullo. I finali mi sembrano sempre artificiali e mi sembra sempre tutto un po’ troppo facile e banale, e che lo scopo ultimo di tutta la faccenda sia quello di vendermi qualcosa. Credo ci sia una parte di me che rifugge da tutto questo, ed è un bel problema perché ci sono esempi di letteratura realistica davvero viva e pressante. Però, sia il modello sia la forma sono stati sfruttati in modo talmente estenuante per ragioni commerciali che molti della nostra età penso cerchino qualcosa di diverso, forme meno commerciali all’interno delle quali sia possibile parlare di cose urgenti e toccanti.

perché a un certo punto hanno capito che anche se gli spettatori sghignazzano e lo trovano di cattivo gusto, comunque restano a guardare, e che il segreto è fare in modo che guardino, è quella la cosa remunerativa. Insomma... una volta superato il limite della vergogna, chi può dire dove ti fermi.

quindi forse è vero che non c’è niente che stia al di fuori della mente. E se non c’è niente al di fuori della mente, questo stesso non esserci non sembra così importante. Ma diventa subito importante appena ci mettiamo a discuterne. Perciò il linguaggio, e il modo in cui comunichiamo tra noi e organizziamo il mondo con le parole, credo sia un po’ il perno su cui gira tutto questo discorso, anche se non lo capisco bene fino in fondo. Perciò temo che la mia risposta si perda un po’ nel nulla.

Perché ovviamente vuoi che la tua arte sia brillante e che sembri figa, vuoi che alla gente piaccia, ma gran parte di quel che passa per brillante e figo adesso è anche molto, molto commerciale.

Una volta che il libro è in bozze e io sto qui a farne l’analisi critica, diventa tutto molto artificiale. Potrei aver detto una cosa giusta, ma è tutto molto diverso rispetto a quello che succede veramente mentre stai scrivendo. Quello che ho in testa mentre scrivo è molto meno sofisticato di tutte queste parole.

Il paradosso principale, che poi è quello che viene affrontato più agevolmente con la logica matematica, sta nel fatto che è molto, molto difficile parlare di un linguaggio all’interno di quello stesso linguaggio.

L’idea che tutto sia tendenzioso, che non esista una verità, che si possa ricavare una verità sui fatti del giorno da Fox News e un’altra completamente diversa dal grande complotto liberal capeggiato dal New York Times e dalla CNN, tutto questo, io credo, è sia liberatorio ed esaltante, sia molto spaventoso.

Le grosse somme di denaro e la celebrità deformano gli artisti e deformano l’arte

Per gli artisti e gli scrittori che fanno sul serio, tuttavia, credo che l’indifferenza e il disinteresse del resto della popolazione siano fondamentalmente un bene – un bene per l’arte, voglio dire.

personalmente, però, trovo maggior piacere e valore nelle opere e nelle idee di autori come Swift, Montaigne, Lamb, Orwell, Baldwin, Dillard e Ozick che in quelle di Hunter Thompson o di Tom Wolfe.

La capacità di scrittori come San Paolo, Rousseau, Dostoevskij e Camus di rappresentare in modo tanto pieno e sentito le sollecitazioni spirituali che sentivano, anzi, che vedevano come realtà, non smette di ispirarmi un timore reverenziale prossimo alla disperazione. Non so che farei per essere uno di loro! Ma in questo caso direi che le cose che invidio e che desidero sono essenzialmente le qualità umane – le capacità spirituali – più che le abilità tecniche o i talenti specifici.

«Forse è quella che nei tempi antichi veniva chiamata crisi spirituale», mi ha detto. «Si tratta semplicemente di avere la sensazione che ogni assioma della tua vita si sia rivelato falso, e che di fatto non ci sia nulla, e che tu non sia nulla, e che tutto sia un’illusione. E ti senti migliore di tutti gli altri perché ti sei reso conto che è un’illusione, eppure stai peggio, perché non riesci a funzionare».

«Penso che essere timidi significhi sostanzialmente essere talmente concentrati su se stessi che diventa difficile stare in compagnia della gente. Per esempio, se passo del tempo con te, non riesco neanche a capire se mi stai simpatico o antipatico, perché sono troppo occupato a chiedermi se io sto simpatico a te».

Penso di essere molto onesto e sincero, ma sono anche orgoglioso di quanto sono onesto e sincero: e quindi in che posizione sono?


Sophie crede di avere ormai capito alla sua età che la magia altro non è se non il semplice rapporto tra una persona e le altre persone che la circondano.

Lo scintillio grigio del ghiaccio su un croccante prato marzolino, altro ghiaccio bagnato che cade da un cielo incolore.

Che la malattia è una cosa che hai, non una cosa che sei.

Ecco pressappoco cos’è in sostanza la Cosa Brutta. Tutto in voi è nauseato e paradossale.

filtrato da questa brutta nausea e diventa brutto. E tutto diventa brutto in voi, tutto il bello esce dal mondo come l’aria esce da un pallone rotto.

Perché la Cosa Brutta attacca non solo te facendoti sentire male e mettendoti fuori uso, ma attacca in special modo, fa sentire male e mette fuori uso proprio le cose che ti servono a combattere la Cosa Brutta, a sentirti magari meglio, a restare vivo.

È cosí che funziona la Cosa Brutta: è particolarmente brava ad aggredire i vostri meccanismi difensivi.

la Cosa Brutta riesce a farvi questo perché voi siete la Cosa Brutta! La Cosa Brutta siete voi. Nient’altro: nessuna infezione batteriologica né colpi di spranga o di martello in testa quando eravate piccoli, né scuse d’altro genere; voi siete la malattia. La malattia vi «definisce», specie dopo che è passato qualche tempo.

È in quel preciso istante che la Cosa Brutta vi divora, o meglio, che voi divorate voi stessi. Che vi uccidete.

l’aspetto insidioso di queste forme di venerazione non è che sono malvagie o peccaminose, è che sono inconsapevoli. Sono modalità predefinite. Sono il genere di venerazione in cui scivolate per gradi, giorno dopo giorno, diventando sempre piú selettivi su quello che vedete e sul metro che usate per giudicare senza rendervi nemmeno bene conto di farlo. E il cosiddetto «mondo reale» non vi dissuaderà dall’operare in modalità predefinita, perché il cosiddetto «mondo reale» degli uomini, del denaro e del potere vi accompagna con quel suo piacevole ronzio alimentato dalla paura, dal disprezzo, dalla frustrazione, dalla brama e dalla venerazione dell’io. La cultura odierna ha imbrigliato queste forze in modi che hanno prodotto ricchezza, comodità e libertà personale a iosa. La libertà di essere tutti sovrani dei nostri minuscoli regni formato cranio, soli al centro di tutto il creato.

La Verità con la V maiuscola riguarda la vita prima della morte. Riguarda il fatto di toccare i trenta, magari i cinquanta, senza il desiderio di spararsi un colpo in testa. Riguarda il valore vero della vera cultura, dove voti e titoli di studio non c’entrano, c’entra solo la consapevolezza pura e semplice: la consapevolezza di ciò che è cosí reale e essenziale, cosí nascosto in bella vista sotto gli occhi di tutti da costringerci a ricordare di continuo a noi stessi: «Questa è l’acqua, questa è l’acqua; dietro questi eschimesi c’è molto piú di quello che sembra». Farlo, vivere in modo consapevole, adulto, giorno dopo giorno, è di una difficoltà inimmaginabile. E questo dimostra la verità di un altro cliché: la vostra cultura è realmente il lavoro di una vita, e comincia... adesso. Augurarvi buona fortuna sarebbe troppo poco.

Ci sono due giovani pesci che nuotano e a un certo punto incontrano un pesce anziano che va nella direzione opposta, fa un cenno di saluto e dice: – Salve, ragazzi. Com’è l’acqua? – I due pesci giovani nuotano un altro po’, poi uno guarda l’altro e fa: – Che cavolo è l’acqua?

il supermercato è orribile, illuminato al neon e pervaso da quelle musichette e canzoncine capaci solo di abbrutire, e voi dareste qualsiasi cosa per non essere lí, ma non potete limitarvi a entrare e uscire; vi tocca girare tutti i reparti enormi, iperilluminati e caotici per trovare quello che vi serve, manovrare il carrello scassato in mezzo a tutte le altre persone stanche e trafelate col carrello, e ovviamente ci sono i vecchi di una lentezza glaciale, gli strafatti e i bambini iperattivi che bloccano la corsia e a voi tocca stringere i denti e sforzarvi di chiedere permesso in tono gentile ma poi, quando finalmente avete tutto l’occorrente per la cena, scoprite che non ci sono abbastanza casse aperte anche se è l’ora di punta, e dovete fare una fila chilometrica, il che è assurdo e vi manda in bestia, ma non potete prendervela con la cassiera isterica, oberata com’è quotidianamente da un lavoro cosí noioso e insensato che tutti noi qui riuniti in questa prestigiosa università nemmeno ce lo immaginiamo... fatto sta che finalmente arriva il vostro turno alla cassa, pagate il vostro cibo, aspettate che una macchinetta autentichi il vostro assegno o la vostra carta di credito e vi sentite augurare «buona giornata» con una voce che è esattamente la voce della morte, dopodiché mettete quelle raccapriccianti buste di plastica sottilissima nell’esasperante carrello dalla ruota impazzita che tira a sinistra, attraversate tutto il parcheggio intasato, pieno di buche e di rifiuti, e cercate di caricare la spesa in macchina in modo che non esca dalle buste rotolando per tutto il bagagliaio lungo il tragitto, in mezzo al traffico lento, congestionato, strapieno di Suv dell’ora di punta, eccetera, eccetera.

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DON DE LILLO 3 novembre 2008.
L’infinito. Questo l’argomento del libro di David Foster Wallace sulla matematica, la filosofia e la storia di un concetto vasto, bellissimo, astratto. Nel libro ci sono riferimenti alla dicotomia di Zenone e alla congettura di Goldbach, al principio di massimalità di Hausdorff. A fare da arioso contrappunto c’è il canto piano di Dave: Allora OK e una cosa tipo e non scherzo e roba del genere. La sua opera tende ovunque a conciliare ciò che è difficile e consequenziale con un fraseggio che è giovanile, spontaneo e spesso spiritoso, contrassegnato qua e là da qualche piccola curiosa intromissione dal gergo di strada. «La sua fotografia ha un sapore amaro per me». «Un imbarazzo quasi talmudico». «Il piccolissimo buco della serratura di se stesso». Persiste una vitalità, un vigore sbigottito di fronte alla complessa umanità che troviamo nella sua narrativa, alla perdita e all’inquietudine, all’offuscarsi della mente, alla mancanza di fiducia in se stessi. Ci sono frasi che sparano raggi di energia in sette direzioni. Ci sono racconti che seguono il tortuoso senso di isolamento di un personaggio. Tutto, e di piú. Questo il titolo del suo libro sull’infinito. Potrebbe essere anche la descrizione del romanzo Infinite Jest, una serissima beffa sulle forme di dipendenza dell’umanità. Possiamo immaginare i suoi testi narrativi e i suoi saggi come stralci di rotoli da un lontano futuro. L’opera la conosciamo già come notizia di prima mano: dallo scrittore al lettore, intimamente, ossessivamente. Lui non ha incanalato le sue doti entro schemi piú angusti. Voleva reggere l’urto della vasta, farneticante, ingovernabile onda della cultura contemporanea. Ora lo conosciamo come uno scrittore coraggioso in lotta contro la forza che voleva indurlo a rinunciare a se stesso. A distanza di anni sentiremo ancora il gelo che ha accompagnato la notizia della sua morte. Uno dei suoi racconti recenti si conclude con la perentorietà di questa mezza frase: Non una parola di piú. Ma c’è sempre una parola di piú. C’è sempre un lettore di piú a rigenerare quelle parole. Le parole non smetteranno di pervenirci. Giovinezza e perdita. Questa è la voce di David, americana. DON DE LILLO 3 novembre 2008.

(Sottolineature da Un antidoto contro la solitudineQuesta è l'acqua)

02 agosto 2016

La lista

Secondi ore minuti
per terra ora di cena

giorni anni
risate libri spesa al mercato

stagioni foglie rosse asfalto che brucia
un maglione la strada musica

mesi scarpe

settimane ciglia lunghe
pioggia passi televisione

treni
liquore

parole

23 giugno 2016

1984

Di distopia non potremmo nemmeno parlare se il mondo descritto in questo romanzo è fatto di  così tanti elementi già radicati a fondo nel nostro presente: il controllo fisico e psichico, la costante presenza di telecamere, la cancellazione della memoria collettiva e individuale e la riscrittura costante della storia come strumento di propaganda politica, la costrizione a vivere nella violenza e nel controllo reciproco. 

Questo mondo infarcito di tecnologia e così familiare, già ci soffoca, ci inghiotte. 

Mi sembra anche che non sia esatto parlare di fantascienza, quanto piuttosto - in uno stile imbastito sulla semplicità di un tono puramente narrativo, inserito tra le righe e quasi sottobanco per ingannare il Grande Fratello - un saggio sul linguaggio, sulla relazione tra linguaggio e pensiero, tra linguaggio e coscienza.

La neolingua, la deprivazione premeditata costante e progressiva del lessico, l'introduzione di neologismi costruiti ad arte, le abbreviazioni e gli accorpamenti improbabili, è innegabile, ci stanno con il fiato sul collo.

Ed è proprio la neolingua la vera arma utilizzata nella storia, forse più efficace e disumanizzante delle torture, se è vero ciò che afferma Orwell, che senza parole sufficienti e adeguate non è possibile esprimere un pensiero articolato, e che eliminando intere sezioni dal vocabolario, l'uomo sarà progressivamente impossibilitato non solo ad enunciare concetti di una certa complessità ma anche a pensare in modo difforme da ciò che le poche parole a sua disposizione sono in grado di descrivere.

L'epilogo è già tra noi. A un vocabolario da chat già ci siamo già adeguati, e sul Grande Fratello Orwell si è rivelato addirittura ottimista. Lo abbiamo non solo accettato, ma amato fin dal principio, e senza bisogno di torture.

22 giugno 2016

Amors - Un'invisibile disarmonia


"La retorica dei buoni sentimenti è una spessa coltre che stendiamo sull'ambivalenza della nostra anima, dove l'amore si incatena con l'odio, il piacere con il dolore, la benedizione con la maledizione, la luce del giorno con il buio della notte, perché nel profondo tutte le cose sono intrecciate in un'invisibile disarmonia. E scrutare l'abisso che queste cose sottende è compito ormai trascurato della nostra cultura che con troppa semplicità distingue il bene dal male, come se i due non si fossero mai incontrati e affratellati. 
(...)
In ogni condanna che rivolgiamo agli altri c'è un volgare rigurgito di innocenza per noi stessi guadagnato a poco prezzo.
(...)
L'amore, che come ci ricorda Norman Brown è "toglimento di morte (amors)", confina con la morte, e sottilissimo è il margine che vieta di oltrepassare il limite che fa di uno sguardo sereno uno sguardo tragico."

Umberto Galimberti, I miti del nostro tempo

16 giugno 2016

Scheda N.4 - Arte


Disegno.
La matita frusciando va ad aggiustare traiettorie interiori soggette comunque all'energia-luce
Impossibilità di prescindere dalla materia per quanto astratta
Musica e visione
Musica e vibrazioni che scuotono la materia oscura del cosmo nel profondo, creazione di universi musica
Colloquio teorico attraverso la musica
Ribaltamento della visione e della musica nella parola
Coinvolgimento del mondo visuale nella musica e della parola nel mondo visuale
Ricerca dei canali di intreccio tra questi infallilbili universi se visti ognuno per sé
Misurazione della distanza dei gesti minimi e quotidiani dal senso di questi universi
Elaborazione plastica di ciò che è esclusivamente astratto.