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12 settembre 2016

L'acqua



























David Foster Wallace (Ithaca, 21 febbraio 1962-12 settembre 2008 -> ∞)

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Quasi tutti gli scrittori che conosco sono molto concentrati su se stessi, non nel senso che si pavoneggiano davanti allo specchio, ma che hanno una tendenza non solo verso l’introspezione, ma verso una tremenda forma di autoconsapevolezza.

Perciò negli ultimi due anni ho investito una parte molto maggiore della mia energia a insegnare, cioè di fatto esercitandomi a vivere da essere umano.

Si va lì per incontrare autori che sulla carta sono semplicemente straordinari, e di persona sono del tutto disadattati.

pensieri riguardo all’effetto desiderato non sono mai puri, mai privi di fini egoistici. Però ci sono parecchi libri che dopo averli letti mi hanno lasciato per sempre diverso da com’ero prima, e penso che tutta la buona letteratura in qualche modo affronti il problema della solitudine e agisca come suo lenitivo. Siamo tutti tremendamente, tremendamente soli. Ma c’è qualcosa, quantomeno nei romanzi e nei racconti, che ti permette di entrare in intimità con il mondo, e con un’altra mente, e con certi personaggi, in un modo in cui non puoi proprio farlo nel mondo reale. Io non so cosa stai pensando.

perché le varie sensazioni che proviamo possano poi riverberarsi anche nel mondo reale.

Mi sa che a volte quando scrivo, se cerco di essere particolarmente offensivo, scandaloso e via dicendo, in realtà ho solo il desiderio vorace di provocare un qualche tipo di effetto.

se hai un po’ di tecnica, puoi assicurarti che il lettore non resti indifferente.

In passato il compito della letteratura era rendere familiare ciò che era strano, portarti in un posto e fartelo apparire familiare. Ma mi sembra che una caratteristica della vita di oggi sia che tutto si presenta come familiare, quindi una delle cose che l’artista deve fare è prendere molta di questa familiarità e ricordare alla gente che è strana.

Ovviamente, non è che tutto questo processo lo fai in maniera consapevole mentre scrivi.

Ma trovo che gli scrittori più giovani abbiano il dovere di darsi una spiegazione più articolata del motivo per cui la tv è diventata una forza così dominante nella coscienza della gente, anche solo per il fatto che noi sotto i quarant’anni abbiamo fatto parte per tutta la nostra vita cosciente del pubblico televisivo.

Dato che una parte ineluttabile dell’essere umano è la sofferenza, ciò che noi esseri umani cerchiamo nell’arte è anche un’esperienza di sofferenza: che sarà necessariamente un’esperienza mediata, o per meglio dire una generalizzazione della sofferenza.

Mentre l’arte «alta», quella che non punta principalmente a farti sborsare dei soldi, è più probabile che ti causi malessere, o che ti costringa a faticare per arrivare ai suoi piaceri, proprio come nella vita reale il vero piacere è in genere un derivato della fatica e del disagio.

Perciò è difficile per il pubblico dell’arte, specialmente quello più giovane, che è stato educato ad aspettarsi che l’arte susciti piacere al cento per cento, e senza nessuno sforzo, leggere e apprezzare la letteratura alta. E questo è un male. Il problema non è che i lettori di oggi sono stupidi, non penso che sia così. È solo che la tv e la cultura commerciale di massa li hanno addestrati a essere piuttosto pigri e infantili nelle loro aspettative. E questo rende più difficile che mai cercare di coinvolgere i lettori di oggi, sia a livello intellettuale che di immaginario.

liberarsi dal dolore senza affrontare la causa profonda sarebbe come spegnere il campanello d’allarme mentre l’incendio divampa ancora.

Ma voglio solo dire che dare la colpa alla tv è un atteggiamento miope. La tv è solo un sintomo come tanti altri. Non è stata la tv a inventare il nostro infantilismo

Sarei patetico se dessi la colpa dei miei difetti a qualcosa di esterno, ma mi sembra comunque che tutti e due questi problemi si possano ricondurre all’esperienza schizogenica che ho vissuto da ragazzino, quando da una parte avevo la passione dei libri e leggevo un sacco, e dall’altra guardavo quantità mostruose di tv.

Mi sorprendo a inventare battute o a tentare esercizi di acrobazia formale e mi accorgo che niente di tutto ciò è davvero al servizio della storia in sé; serve allo scopo ben più sinistro di comunicare al lettore: «Ehi! Guardami! Dai un’occhiata e guarda che bravo scrittore che sono! Voglio piacerti!» Ora, in un certo senso non c’è modo di sfuggire del tutto a questa dinamica,


Può diventare un continuo tentativo di farsi apprezzare e ammirare dal lettore, invece che un tentativo di creazione artistica.

ma abbiamo davvero bisogno di una letteratura che non faccia altro che mettere in scena il buio e la stupidità del tutto? Nei tempi bui, quello che definisce una buona opera d’arte mi sembra piuttosto che sia la capacità di individuare e rivitalizzare gli elementi di umanità e di magia che ancora vivono e risplendono nonostante l’oscurità dei tempi.

Non sto parlando di soluzioni basate sull’intervento politico o sociale in senso tradizionale. La letteratura non si occupa di questo. La letteratura si occupa di cosa vuol dire essere un cazzo di essere umano.

la rottura delle regole dev’essere fatta in nome di qualcosa.

Lo shock smette di essere un effetto collaterale del progresso e diventa fine a se stesso. Ed è una cazzata.

che ovviamente a sua volta deriva dall’assioma dell’arte commerciale secondo cui è l’impatto sul pubblico a determinare il valore dell’arte.

Solo che dopo i pionieri vengono sempre i giramanovella, gli omini grigi che prendono i macchinari creati da altri e girano semplicemente la manovella, così che dall’altro lato escano piccole pallette di metafiction.

preda a una smania insaziabile di apparente novità: «Cosa posso fare che non sia stato già fatto?»

artisticamente parlando sei morto.

È da te stesso che devi estraniarti, in realtà, per lavorare come si deve.

la nostra paura sia delle relazioni che della solitudine – due sottoinsiemi della paura di essere intrappolati in un’individualità (a livello psichico, non solo fisico)

Permette la fruizione passiva. La incoraggia.

ma perché quella forma di Realismo ormai è stata assorbita e corrotta dall’intrattenimento commerciale.

Penso di aver avuto una specie di crisi di mezza età già a vent’anni, il che probabilmente non depone molto a favore della mia longevità.

l’antitesi netta fra letteratura realistica e letteratura non realistica è solo una distinzione convenzionale, creata da gente che ha interesse a preservare la tradizione del Realismo con la R maiuscola. Un modo per emarginare tutto ciò che non è consolatorio e conservatore. Anche l’intento degli avanguardisti più ingenui, se ha dentro un po’ di integrità, non è mai: «Buttiamo a mare tutto il realismo», ma piuttosto: «Cerchiamo di prendere in considerazione e rappresentare aspetti dell’esperienza reale che in precedenza sono stati esclusi dall’arte».

mostrare quello che c’è sotto

Be’, per il lettore di oggi questa funzione di presentazione della letteratura si è rovesciata: dato che l’intero villaggio globale adesso ci viene presentato come familiare, come immediatamente accessibile per via elettronica – i satelliti, le microonde, gli intrepidi antropologi dei documentari della PBS, le coriste zulù di Paul Simon – è quasi come se avessimo bisogno che gli scrittori ripristinino l’ineluttabile stranezza delle cose strane, che defamiliarizzino il tutto

Ma la vita del lettore «al di fuori» della storia cambia la storia. Si potrebbe dire che influisce soltanto «sulla sua reazione alla storia» o «sulla sua interpretazione della storia». Ma queste cose sono la storia.

una volta che ho finito di scrivere, di base sono morto, e probabilmente è morto anche il testo: diventa puro e semplice linguaggio, e il linguaggio non vive soltanto nel lettore ma attraverso il lettore.

E forse l’unico vero valore di «Verso Occidente» sarà mostrare in che spirali di pretenziosità si va a cadere se si cazzeggia troppo con la ricorsività.

Devi considerare La scopa del sistema come la storia emotivamente delicata di un giovane WASP emotivamente delicato che ha appena vissuto una crisi di mezza età in seguito alla quale è passato dalla fredda e cerebrale analisi matematica a una visione altrettanto fredda e cerebrale della teoria letteraria di Austin-Wittgenstein-Derrida, il che ha anche trasformato la sua angoscia esistenziale dalla paura di essere solo una calcolatrice ambulante alla paura di essere un semplice costrutto linguistico.

Probabilmente è un buon esempio di come e perché gli autori spesso non capiscano un accidenti di quello che scrivono loro stessi.

che modo assurdo di riuscire nei propri intenti. Sono un esibizionista che vuole nascondersi, ma che fallisce nel nascondersi; e così, in qualche modo, ottengo il mio scopo.

Uno dei motivi per cui considero Wittgenstein un vero artista è che si è reso conto che nessuna conclusione potrebbe essere peggiore del solipsismo.

perché siamo bloccati qui, dentro il linguaggio, anche se almeno ci stiamo tutti insieme.

Io ci sono dentro. Noi siamo dentro il linguaggio. Wittgenstein non è Heidegger, non dice che noi siamo il linguaggio, ma dice che ci siamo comunque dentro, ineluttabilmente, proprio come siamo dentro lo spazio-tempo per Kant.

Il fondatore di un movimento non fa mai parte del movimento.

Non sembra che ogni parola, ogni riga e ogni stesura gli sia costata sangue. [Carver] Anche in questo sta la sua genialità. Dà l’idea che si possa scrivere un racconto minimalista senza sputarci sangue. E in effetti si può. Ma non sarà un buon racconto.

Ma nel rap ci sono delle contraddizioni che sembrano mostrare in modo perverso che, in un’epoca in cui la stessa ribellione è una merce usata per vendere altre merci, l’idea stessa di ribellarsi contro la cultura capitalistica dei bianchi non è solo impossibile ma incoerente.

Astenersi da ogni riferimento alla cultura pop vorrebbe dire o essere retrogradi nella propria idea di ciò che è «permesso» alla vera arte, oppure parlare di un altro mondo, diverso da questo.

Tutta l’attenzione e l’impegno e lo sforzo che come scrittore richiedi al lettore non possono andare a tuo vantaggio, devono andare a suo vantaggio.

ha a che fare con la qualità della scrittura ma non tanto con il puro e semplice talento.

Abbiamo visto che ormai si possono infrangere tutte o quasi le regole senza essere ridicolizzati e cacciati via a calci, ma abbiamo anche visto a quale tossicità può portare l’anarchia fine a se stessa.

E c’è qualcosa, nel capriccio assoluto e nel flusso disordinato, che invece smorza l’efficacia della scrittura.

La cosa strana è che vedo questi due fronti farsi la guerra quando in realtà hanno un’origine comune, che è il disprezzo per il lettore:

Credo che sia il miglior momento possibile per stare al mondo e forse il miglior momento per fare lo scrittore. Certo, dubito che sia il più facile.

È qualcosa di incredibilmente difficile, sconcertante e spaventoso, ma è un bel compito.

C’è della narrativa commerciale che è perfettamente in grado di riuscirci; una trama avvincente è perfettamente in grado di riuscirci: ma non mi fa sentire meno solo.

Sono brevi flash, fiammate, ma ogni tanto mi capitano. E non mi sento più solo, a livello intellettuale, emotivo, spirituale.

Philip Larkin, e anche Louise Glück, Auden

l’orazione funebre di Socrate, la poesia di John Donne, la poesia di Richard Crashaw, Shakespeare ogni tanto, ma non molto spesso, le opere più brevi di Keats, Schopenhauer, le Meditazioni sulla filosofia prima e il Discorso sul metodo di Cartesio, i Prolegomeni di Kant, anche se le traduzioni in inglese sono tutte pessime, Le varie forme dell’esperienza religiosa di William James, il Tractatus di Wittgenstein, Ritratto dell’artista da giovane di Joyce, Hemingway – specialmente gli intermezzi in corsivo di In Our Time, che ti fanno proprio fare wow! – Flannery O’Connor, Cormac McCarthy, Don DeLillo, A.S. Byatt, Cynthia Ozick – i racconti, specialmente uno che si intitola «Levitation» – Pynchon più o meno il venticinque per cento delle volte, Donald Barthelme – in particolare un racconto chiamato «Il pallone», che è stato il primo racconto a farmi venire voglia di diventare scrittore – Tobias Wolff, le cose migliori di Raymond Carver, quelle più famose. Steinbeck quando non rulla troppo i tamburi, il trentacinque per cento di Stephen Crane, Moby Dick, Il grande Gatsby.

dell’idea che la dedizione a un obiettivo è in qualche modo simile alla dipendenza da una sostanza.

Meno mi guardano, più posso guardare io, e più ci guadagniamo io e il mio lavoro
Se la gente vuole davvero sapere cosa ho mangiato per pranzo, va bene. Ma è una cosa un po’ tossica.

Quasi tutti gli scrittori che conosco sono strani ibridi. C’è una forte vena di egomania accoppiata con una timidezza estrema. Scrivere è una specie di esibizionismo privato. E c’è pure una strana solitudine, e il desiderio di avere un qualche dialogo con la gente, ma senza la capacità vera di farlo di persona.

Uno scrive quello che scrive, e solo a posteriori inventa il motivo per cui l’ha scritto, quindi c’è un elemento di falsità in ogni spiegazione

In superficie può sembrare che la storia si fermi e basta. Ma nelle mie intenzioni si ferma e poi resta lì ad aleggiare, come un ronzio e una proiezione. Musicalmente ed emotivamente mi è parso giusto come tono.

C’è qualcosa di dannoso nel gratificare ogni nostro singolo desiderio?

L’ironia e la ridicolizzazione sono le cause di un grande senso di disperazione e di stasi nella cultura americana, e l’ironia, che un tempo era l’arma dei ribelli, è stata cooptata e depotenziata dalla cultura di massa.
L’ironia ci tiranneggia. Tutta l’ironia negli Stati Uniti è basata su un implicito “non sto dicendo sul serio”».

All’epoca, in mano a scrittori come Ken Kesey l’ironia era una reazione appropriata a un mondo da telefilm buonista di cui andava smascherata l’ipocrisia. Ma oggi l’ironia nasconde soltanto il terrore di apparire sentimentali, melodrammatici o manipolatori in quei modi antiquati, fingendo al tempo stesso che l’ironia non sia anch’essa uno strumento di manipolazione.

Non c’è niente di male, è una trovata simpatica, da giovane, ed è la lingua che parliamo tutti. Eppure trovo anche terrificante il fatto che i miei studenti non si rendano minimamente conto di quanto siano schiavizzati dalla civiltà consumistica. Sono talmente schiavizzati che non se ne accorgono neanche. È come vivere sotto il fascismo e credere di essere in democrazia.

sul serio: che tipo di libro può pubblicare uno scrittore dopo un romanzo come Infinite Jest? Wallace dà la risposta più concisa di tutta la giornata: «È una cosa di cui non sono assolutamente in grado di parlare», dice.

Credo che invece sia meglio provare a far notare cose che tutti già hanno notato, ma che non hanno notato davvero di aver notato. Come peraltro fanno anche molti comici bravi.

meglio, John McPhee è all’altezza. Non so che influenza possano aver avuto, ma se dobbiamo parlare di quelli di cui sono un fan accanito... direi il primo libro di Frank Conroy, Un vero bugiardo di Tobias Wolff. Oddio, c’è pure il libro di un matematico di Oxford, tale Hardy, Apologia di un matematico. Hardy viene pure citato in Will Hunting – Genio ribelle, peraltro. Ma direi che la migliore è Pauline Kael. Anche Annie Dillard è bravissima, ma è una che si contiene molto di più.

Devi capire che scrivere un romanzo può essere molto strano, tipo avere un amico invisibile da bambini; poi lo ammazzi, anche se non è mai stato veramente vivo tranne che nella tua immaginazione, e devi rimetterti a fare la spesa e a parlare con la gente alle feste. I personaggi dei racconti sono diversi. Li vedi prendere vita solo con la coda dell’occhio. Non ci devi vivere insieme giorno dopo giorno.

la verbosità è parte integrante di una potente visione del mondo: le nuove realtà della hype mediatica e del sovraccarico di informazione non hanno certo reso la gente più felice.

Sai, mi piace la chiesa e mi piace far parte di qualcosa di più grande di me. Ma credo non sia destino che io riesca a far parte di una religione istituzionalizzata, perché non è nella mia natura accettare certe cose solo per fede.

L’America è un grosso esperimento su cosa succede se sei una società ricca e privilegiata che ha smesso quasi totalmente di essere pervasa a fondo dalla religione o dalla spiritualità. Se ne sente ancora la presenza a livello verbale: fanno parte dell’etichetta dei nostri leader, ma non sono più dentro di noi, il che per un verso ci rende molto liberali e moderati, non siamo fanatici e tendiamo a non andare in giro a far saltare in aria le cose. Ma per un altro, è molto difficile pensare che lo scopo della vita sia raddoppiare lo stipendio per poter andare più spesso al centro commerciale. Anche quando prendi in giro certe abitudini e te la ridacchi, capisci che dietro c’è proprio un vuoto oscuro.

Bisogna mettersi in testa che tutto questo ci impiegherà un attimo a entrare e uscire dal cervello della gente, a parte il mio e il tuo.

La compressione non è mai stata il mio forte.

Sono quelli sulla metropolitana il cui sguardo indifferente ha qualcosa dentro che in un certo senso mette i brividi. Qualcosa di rapace. Questo è perché gli scrittori si nutrono delle situazioni della vita. Gli scrittori guardano gli altri esseri umani un po’ come gli automobilisti che rallentano e restano a bocca aperta se vedono un incidente stradale: ci tengono molto a una concezione di se stessi come testimoni.

Don DeLillo, Cynthia Ozick e Cormac McCarthy, tutti tra i cinquanta e i sessanta. Tra i miei coetanei amo molto, fra gli altri, George Saunders, che pubblica spesso sul New Yorker, e Richard Powers – per il modo incredibile in cui sa combinare e trasfigurare dati – Joanna Scott [che, gli ricordo, vive dalle sue parti, a Rochester], Denis Johnson, anche se più le sue poesie dell’inizio che i suoi lavori recenti di cui ora si parla tanto. A San Francisco c’è William T. Vollmann, che è molto prolifico. C’è un suo libro, I racconti dell’arcobaleno, che ti fa rizzare i peli su parti del corpo su cui non hai peli.

La narrativa è fatta per essere letta interiormente, per marciare al passo dei circuiti mentali delle persone, e la voce che sentiamo nella nostra testa è molto diversa dal suono della nostra laringe.

Quando va tutto bene, alla fine ti senti stanco in un modo molto bello. Ecco, provi una stanchezza davvero molto bella.

Probabilmente tutti i lavori sono uguali e sono tutti pieni di una noia terribile, di disperazione e di cauti frammenti di soddisfazione di cui però è molto difficile parlare con qualcuno. Ma la mia è solo un’ipotesi.

ovviamente il realismo è un’illusione di realismo e l’idea che alcuni piccoli dettagli banali siano per qualche ragione più reali e autentici dei dettagli strambi o fuori norma mi è sempre sembrata un po’ rozza.

ma io non so davvero che tipo di scrittore sono, e credo che lo stesso valga per quasi tutti i miei colleghi. Cerchi solo di scrivere cose che a te sembrino vive.

molto di quello che per convenzione definiamo, tra virgolette, Realistico ai miei occhi è fasullo. I finali mi sembrano sempre artificiali e mi sembra sempre tutto un po’ troppo facile e banale, e che lo scopo ultimo di tutta la faccenda sia quello di vendermi qualcosa. Credo ci sia una parte di me che rifugge da tutto questo, ed è un bel problema perché ci sono esempi di letteratura realistica davvero viva e pressante. Però, sia il modello sia la forma sono stati sfruttati in modo talmente estenuante per ragioni commerciali che molti della nostra età penso cerchino qualcosa di diverso, forme meno commerciali all’interno delle quali sia possibile parlare di cose urgenti e toccanti.

perché a un certo punto hanno capito che anche se gli spettatori sghignazzano e lo trovano di cattivo gusto, comunque restano a guardare, e che il segreto è fare in modo che guardino, è quella la cosa remunerativa. Insomma... una volta superato il limite della vergogna, chi può dire dove ti fermi.

quindi forse è vero che non c’è niente che stia al di fuori della mente. E se non c’è niente al di fuori della mente, questo stesso non esserci non sembra così importante. Ma diventa subito importante appena ci mettiamo a discuterne. Perciò il linguaggio, e il modo in cui comunichiamo tra noi e organizziamo il mondo con le parole, credo sia un po’ il perno su cui gira tutto questo discorso, anche se non lo capisco bene fino in fondo. Perciò temo che la mia risposta si perda un po’ nel nulla.

Perché ovviamente vuoi che la tua arte sia brillante e che sembri figa, vuoi che alla gente piaccia, ma gran parte di quel che passa per brillante e figo adesso è anche molto, molto commerciale.

Una volta che il libro è in bozze e io sto qui a farne l’analisi critica, diventa tutto molto artificiale. Potrei aver detto una cosa giusta, ma è tutto molto diverso rispetto a quello che succede veramente mentre stai scrivendo. Quello che ho in testa mentre scrivo è molto meno sofisticato di tutte queste parole.

Il paradosso principale, che poi è quello che viene affrontato più agevolmente con la logica matematica, sta nel fatto che è molto, molto difficile parlare di un linguaggio all’interno di quello stesso linguaggio.

L’idea che tutto sia tendenzioso, che non esista una verità, che si possa ricavare una verità sui fatti del giorno da Fox News e un’altra completamente diversa dal grande complotto liberal capeggiato dal New York Times e dalla CNN, tutto questo, io credo, è sia liberatorio ed esaltante, sia molto spaventoso.

Le grosse somme di denaro e la celebrità deformano gli artisti e deformano l’arte

Per gli artisti e gli scrittori che fanno sul serio, tuttavia, credo che l’indifferenza e il disinteresse del resto della popolazione siano fondamentalmente un bene – un bene per l’arte, voglio dire.

personalmente, però, trovo maggior piacere e valore nelle opere e nelle idee di autori come Swift, Montaigne, Lamb, Orwell, Baldwin, Dillard e Ozick che in quelle di Hunter Thompson o di Tom Wolfe.

La capacità di scrittori come San Paolo, Rousseau, Dostoevskij e Camus di rappresentare in modo tanto pieno e sentito le sollecitazioni spirituali che sentivano, anzi, che vedevano come realtà, non smette di ispirarmi un timore reverenziale prossimo alla disperazione. Non so che farei per essere uno di loro! Ma in questo caso direi che le cose che invidio e che desidero sono essenzialmente le qualità umane – le capacità spirituali – più che le abilità tecniche o i talenti specifici.

«Forse è quella che nei tempi antichi veniva chiamata crisi spirituale», mi ha detto. «Si tratta semplicemente di avere la sensazione che ogni assioma della tua vita si sia rivelato falso, e che di fatto non ci sia nulla, e che tu non sia nulla, e che tutto sia un’illusione. E ti senti migliore di tutti gli altri perché ti sei reso conto che è un’illusione, eppure stai peggio, perché non riesci a funzionare».

«Penso che essere timidi significhi sostanzialmente essere talmente concentrati su se stessi che diventa difficile stare in compagnia della gente. Per esempio, se passo del tempo con te, non riesco neanche a capire se mi stai simpatico o antipatico, perché sono troppo occupato a chiedermi se io sto simpatico a te».

Penso di essere molto onesto e sincero, ma sono anche orgoglioso di quanto sono onesto e sincero: e quindi in che posizione sono?


Sophie crede di avere ormai capito alla sua età che la magia altro non è se non il semplice rapporto tra una persona e le altre persone che la circondano.

Lo scintillio grigio del ghiaccio su un croccante prato marzolino, altro ghiaccio bagnato che cade da un cielo incolore.

Che la malattia è una cosa che hai, non una cosa che sei.

Ecco pressappoco cos’è in sostanza la Cosa Brutta. Tutto in voi è nauseato e paradossale.

filtrato da questa brutta nausea e diventa brutto. E tutto diventa brutto in voi, tutto il bello esce dal mondo come l’aria esce da un pallone rotto.

Perché la Cosa Brutta attacca non solo te facendoti sentire male e mettendoti fuori uso, ma attacca in special modo, fa sentire male e mette fuori uso proprio le cose che ti servono a combattere la Cosa Brutta, a sentirti magari meglio, a restare vivo.

È cosí che funziona la Cosa Brutta: è particolarmente brava ad aggredire i vostri meccanismi difensivi.

la Cosa Brutta riesce a farvi questo perché voi siete la Cosa Brutta! La Cosa Brutta siete voi. Nient’altro: nessuna infezione batteriologica né colpi di spranga o di martello in testa quando eravate piccoli, né scuse d’altro genere; voi siete la malattia. La malattia vi «definisce», specie dopo che è passato qualche tempo.

È in quel preciso istante che la Cosa Brutta vi divora, o meglio, che voi divorate voi stessi. Che vi uccidete.

l’aspetto insidioso di queste forme di venerazione non è che sono malvagie o peccaminose, è che sono inconsapevoli. Sono modalità predefinite. Sono il genere di venerazione in cui scivolate per gradi, giorno dopo giorno, diventando sempre piú selettivi su quello che vedete e sul metro che usate per giudicare senza rendervi nemmeno bene conto di farlo. E il cosiddetto «mondo reale» non vi dissuaderà dall’operare in modalità predefinita, perché il cosiddetto «mondo reale» degli uomini, del denaro e del potere vi accompagna con quel suo piacevole ronzio alimentato dalla paura, dal disprezzo, dalla frustrazione, dalla brama e dalla venerazione dell’io. La cultura odierna ha imbrigliato queste forze in modi che hanno prodotto ricchezza, comodità e libertà personale a iosa. La libertà di essere tutti sovrani dei nostri minuscoli regni formato cranio, soli al centro di tutto il creato.

La Verità con la V maiuscola riguarda la vita prima della morte. Riguarda il fatto di toccare i trenta, magari i cinquanta, senza il desiderio di spararsi un colpo in testa. Riguarda il valore vero della vera cultura, dove voti e titoli di studio non c’entrano, c’entra solo la consapevolezza pura e semplice: la consapevolezza di ciò che è cosí reale e essenziale, cosí nascosto in bella vista sotto gli occhi di tutti da costringerci a ricordare di continuo a noi stessi: «Questa è l’acqua, questa è l’acqua; dietro questi eschimesi c’è molto piú di quello che sembra». Farlo, vivere in modo consapevole, adulto, giorno dopo giorno, è di una difficoltà inimmaginabile. E questo dimostra la verità di un altro cliché: la vostra cultura è realmente il lavoro di una vita, e comincia... adesso. Augurarvi buona fortuna sarebbe troppo poco.

Ci sono due giovani pesci che nuotano e a un certo punto incontrano un pesce anziano che va nella direzione opposta, fa un cenno di saluto e dice: – Salve, ragazzi. Com’è l’acqua? – I due pesci giovani nuotano un altro po’, poi uno guarda l’altro e fa: – Che cavolo è l’acqua?

il supermercato è orribile, illuminato al neon e pervaso da quelle musichette e canzoncine capaci solo di abbrutire, e voi dareste qualsiasi cosa per non essere lí, ma non potete limitarvi a entrare e uscire; vi tocca girare tutti i reparti enormi, iperilluminati e caotici per trovare quello che vi serve, manovrare il carrello scassato in mezzo a tutte le altre persone stanche e trafelate col carrello, e ovviamente ci sono i vecchi di una lentezza glaciale, gli strafatti e i bambini iperattivi che bloccano la corsia e a voi tocca stringere i denti e sforzarvi di chiedere permesso in tono gentile ma poi, quando finalmente avete tutto l’occorrente per la cena, scoprite che non ci sono abbastanza casse aperte anche se è l’ora di punta, e dovete fare una fila chilometrica, il che è assurdo e vi manda in bestia, ma non potete prendervela con la cassiera isterica, oberata com’è quotidianamente da un lavoro cosí noioso e insensato che tutti noi qui riuniti in questa prestigiosa università nemmeno ce lo immaginiamo... fatto sta che finalmente arriva il vostro turno alla cassa, pagate il vostro cibo, aspettate che una macchinetta autentichi il vostro assegno o la vostra carta di credito e vi sentite augurare «buona giornata» con una voce che è esattamente la voce della morte, dopodiché mettete quelle raccapriccianti buste di plastica sottilissima nell’esasperante carrello dalla ruota impazzita che tira a sinistra, attraversate tutto il parcheggio intasato, pieno di buche e di rifiuti, e cercate di caricare la spesa in macchina in modo che non esca dalle buste rotolando per tutto il bagagliaio lungo il tragitto, in mezzo al traffico lento, congestionato, strapieno di Suv dell’ora di punta, eccetera, eccetera.

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DON DE LILLO 3 novembre 2008.
L’infinito. Questo l’argomento del libro di David Foster Wallace sulla matematica, la filosofia e la storia di un concetto vasto, bellissimo, astratto. Nel libro ci sono riferimenti alla dicotomia di Zenone e alla congettura di Goldbach, al principio di massimalità di Hausdorff. A fare da arioso contrappunto c’è il canto piano di Dave: Allora OK e una cosa tipo e non scherzo e roba del genere. La sua opera tende ovunque a conciliare ciò che è difficile e consequenziale con un fraseggio che è giovanile, spontaneo e spesso spiritoso, contrassegnato qua e là da qualche piccola curiosa intromissione dal gergo di strada. «La sua fotografia ha un sapore amaro per me». «Un imbarazzo quasi talmudico». «Il piccolissimo buco della serratura di se stesso». Persiste una vitalità, un vigore sbigottito di fronte alla complessa umanità che troviamo nella sua narrativa, alla perdita e all’inquietudine, all’offuscarsi della mente, alla mancanza di fiducia in se stessi. Ci sono frasi che sparano raggi di energia in sette direzioni. Ci sono racconti che seguono il tortuoso senso di isolamento di un personaggio. Tutto, e di piú. Questo il titolo del suo libro sull’infinito. Potrebbe essere anche la descrizione del romanzo Infinite Jest, una serissima beffa sulle forme di dipendenza dell’umanità. Possiamo immaginare i suoi testi narrativi e i suoi saggi come stralci di rotoli da un lontano futuro. L’opera la conosciamo già come notizia di prima mano: dallo scrittore al lettore, intimamente, ossessivamente. Lui non ha incanalato le sue doti entro schemi piú angusti. Voleva reggere l’urto della vasta, farneticante, ingovernabile onda della cultura contemporanea. Ora lo conosciamo come uno scrittore coraggioso in lotta contro la forza che voleva indurlo a rinunciare a se stesso. A distanza di anni sentiremo ancora il gelo che ha accompagnato la notizia della sua morte. Uno dei suoi racconti recenti si conclude con la perentorietà di questa mezza frase: Non una parola di piú. Ma c’è sempre una parola di piú. C’è sempre un lettore di piú a rigenerare quelle parole. Le parole non smetteranno di pervenirci. Giovinezza e perdita. Questa è la voce di David, americana. DON DE LILLO 3 novembre 2008.

(Sottolineature da Un antidoto contro la solitudineQuesta è l'acqua)

02 agosto 2016

La lista

Secondi ore minuti
per terra ora di cena

giorni anni
risate libri spesa al mercato

stagioni foglie rosse asfalto che brucia
un maglione la strada musica

mesi scarpe

settimane ciglia lunghe
pioggia passi televisione

treni
liquore

parole

23 giugno 2016

1984

Di distopia non potremmo nemmeno parlare se il mondo descritto in questo romanzo è fatto di  così tanti elementi già radicati a fondo nel nostro presente: il controllo fisico e psichico, la costante presenza di telecamere, la cancellazione della memoria collettiva e individuale e la riscrittura costante della storia come strumento di propaganda politica, la costrizione a vivere nella violenza e nel controllo reciproco. 

Questo mondo infarcito di tecnologia e così familiare, già ci soffoca, ci inghiotte. 

Mi sembra anche che non sia esatto parlare di fantascienza, quanto piuttosto - in uno stile imbastito sulla semplicità di un tono puramente narrativo, inserito tra le righe e quasi sottobanco per ingannare il Grande Fratello - un saggio sul linguaggio, sulla relazione tra linguaggio e pensiero, tra linguaggio e coscienza.

La neolingua, la deprivazione premeditata costante e progressiva del lessico, l'introduzione di neologismi costruiti ad arte, le abbreviazioni e gli accorpamenti improbabili, è innegabile, ci stanno con il fiato sul collo.

Ed è proprio la neolingua la vera arma utilizzata nella storia, forse più efficace e disumanizzante delle torture, se è vero ciò che afferma Orwell, che senza parole sufficienti e adeguate non è possibile esprimere un pensiero articolato, e che eliminando intere sezioni dal vocabolario, l'uomo sarà progressivamente impossibilitato non solo ad enunciare concetti di una certa complessità ma anche a pensare in modo difforme da ciò che le poche parole a sua disposizione sono in grado di descrivere.

L'epilogo è già tra noi. A un vocabolario da chat già ci siamo già adeguati, e sul Grande Fratello Orwell si è rivelato addirittura ottimista. Lo abbiamo non solo accettato, ma amato fin dal principio, e senza bisogno di torture.

22 giugno 2016

Amors - Un'invisibile disarmonia


"La retorica dei buoni sentimenti è una spessa coltre che stendiamo sull'ambivalenza della nostra anima, dove l'amore si incatena con l'odio, il piacere con il dolore, la benedizione con la maledizione, la luce del giorno con il buio della notte, perché nel profondo tutte le cose sono intrecciate in un'invisibile disarmonia. E scrutare l'abisso che queste cose sottende è compito ormai trascurato della nostra cultura che con troppa semplicità distingue il bene dal male, come se i due non si fossero mai incontrati e affratellati. 
(...)
In ogni condanna che rivolgiamo agli altri c'è un volgare rigurgito di innocenza per noi stessi guadagnato a poco prezzo.
(...)
L'amore, che come ci ricorda Norman Brown è "toglimento di morte (amors)", confina con la morte, e sottilissimo è il margine che vieta di oltrepassare il limite che fa di uno sguardo sereno uno sguardo tragico."

Umberto Galimberti, I miti del nostro tempo

16 giugno 2016

Scheda N.4 - Arte


Disegno.
La matita frusciando va ad aggiustare traiettorie interiori soggette comunque all'energia-luce
Impossibilità di prescindere dalla materia per quanto astratta
Musica e visione
Musica e vibrazioni che scuotono la materia oscura del cosmo nel profondo, creazione di universi musica
Colloquio teorico attraverso la musica
Ribaltamento della visione e della musica nella parola
Coinvolgimento del mondo visuale nella musica e della parola nel mondo visuale
Ricerca dei canali di intreccio tra questi infallilbili universi se visti ognuno per sé
Misurazione della distanza dei gesti minimi e quotidiani dal senso di questi universi
Elaborazione plastica di ciò che è esclusivamente astratto.

19 maggio 2016

Le poesie di "Re Lucertola"

Versi acuminati, visioni sciamaniche di una coscienza ora alterata che un attimo dopo appare dotata di una chiarezza perfetta.
Nella prima parte della raccolta, I signori, l'universo è tutto nelle lacerazioni - dell'individuo tra sé e sé, tra sé e il mondo - che solo l'arte può tentare di risolvere.

Sono poesie in cui sopra ogni cosa si tenta di stabilire nessi, relazioni tra entità che nella loro essenza pura si disgregano, sembrano perdere consistenza.

Ogni elemento esiste in virtù di altro, di ciò che lo nega: l'individuo, diviso tra la realtà del fuori e il mondo "all'interno del cranio", "lo spettatore è un animale morente" che esiste solo quando lo spettacolo accade.

E' un lirismo tragico, teso a definire un mondo caotico e oscuro, dove l'io trova faticosamente un ruolo in questo compito di riordinatore concettuale, disegnatore poetico dei suoi confini, preda delle proprie sempre più incontrollabili elucubrazioni. Ne esce un disegno complesso a tratti confuso ma coerente, in cui innegabilmente campeggia sopra ogni cosa l'Arte con i suoi protagonisti. L'individuo si aggira in questo disegno con l'ingombro del suo corpo, che ostacola e incuriosisce poiché "non si può camminare attraverso specchi o nuotare attraverso finestre"; corpo che "esiste a beneficio degli occhi; diviene un fusto secco per sostenere questi due delicati insaziabili gioielli".

Le visioni si fanno via via più nebulose e spezzate, e nella seconda parte del volume, Le nuove creature, frammentano il linguaggio segnando il distacco definitivo della coscienza dal reale.
Il poeta implode e si disgrega in un universo ormai in preda al delirio incontrollabile dei versi
tossici in cui versa la sua mente.

E' comprensibile che queste liriche siano generalmente poco apprezzate perché a differenza del tragico poetico de I Signori, - in cui tutto è in fermento, ogni sforzo è vitale e proteso a disegnare un orizzonte, cercare un senso, un posto nel mondo -, qui è veramente difficile scorgere un filo o un tema che persistendo lasci impressa in chi legge almeno un'atmosfera, evochi un suono, un paesaggio interiore in cui sentire di potersi riconoscere o anche solo rifugiare.
Sono poesie più lunghe, più articolate dei pensieri sparsi de I signori. Tuttavia è il mondo di un uomo in frantumi che non concede né si concede la minima opportunità di partecipare alla vita o di costituire il proprio essere e mostrarsi attraverso le parole. Il monologo onirico e delirante di una galassia in espansione, che si allontana da quei lettori che sono "quieti vampiri" come gli spettatori dei film, e in un gesto estremo li investe dei suoi detriti. Nessuna tregua e ancor meno speranze, per il poeta, per l'uomo, per noi.

Il dramma si compie. Negarsi e negare le parole, annientarsi innanzitutto nel linguaggio, come è accaduto ad altri numerosi artisti, porta inevitabilmente all'autodistruzione, e alla morte.

13 maggio 2016

Sincronicità



Mentre continua il mio lavoro di esplorazione nei recessi ancora a me sconosciuti dei contenuti della produzione di David Bowie, cosa che già da un pò di tempo mi ha portato ad interessarmi a Jung, e mentre per altre non connesse strade, giungo a margine del lavoro di Michel Foucault di cui intravedo con difficoltà i confini, mi imbatto in questo post pubblicato sul blog della Stanford University, intitolato Rebel, Rebel? - Rivisiting the legacy of Michel Foucault via David Bowie. Un ritrovamento che ho trovato sorprendente e anche piuttosto divertente. L'immagine a corredo dell'articolo soprattutto, mi ha per qualche secondo decisamente spiazzato, come se qualcuno si fosse preso la briga di connettere due aree scollegate del mio cervello. L'esistenza di un articolo così specifico ha certamente un nesso acausale con le mie esperienze personali, e anche se il suo rinvenimento non è completamente casuale (poiché stavo effettivamente effettuando delle ricerche su Foucault), tutto questo mi porta direttamente a riflettere sul concetto di sincronicità di Jung.

La sincronicità, secondo Jung, si riferisce ad avvenimenti della realtà esterna che sono in corrispondenza significativa con un’esperienza interiore. Sincronicità non vuol dire “nello stesso tempo” ma “con lo stesso senso”.  Jung scrive: "Eppure resta un avvenimento inesplicabile, perché nelle condizioni dei nostri presupposti psichici, non ci si aspettava la sua realizzazione" (da Sincronicità - Coincidenze significative). Scrive Jung: "Io impiego dunque in questo contesto il concetto generale di sincronicità, nell'accezione speciale di coincidenza temporale di due o più eventi non legati da un rapporto causale, che hanno uno stesso o un analogo contenuto significativo. Uso quindi il termine "sincronicità" in opposizione a "sincronismo", "che rappresenta la semplice contemporaneità di due eventi".  (La sincronicità, Carl G.Jung, Biblioteca Bollati Boringhieri, p.39)


La sincronicità è interessante, al di là di quanto possa essere convincente, poiché intende spiegare alcune esperienze non riconducibili alle leggi fisiche della cultura occidentale, non in senso magico, ma ammettendo che eventi psichici possano essere connessi ad eventi esterni alla psiche, per una eventualità fortuita che ha interesse soltanto per il soggetto che ne prende atto e ne ha coscienza. La psiche individuale si inserisce nel pensiero universale o meglio in un universo in cui si fondono psiche e materia, l'unus mundus (Jung si era aperto alla cultura orientale e si rifaceva in particolare all'I Ching di cui fa menzione più volte nei suoi scambi epistolari). In qualche modo tenta di formalizzare il mistero che nasce da accadimenti che si è costretti ad ignorare perché non circoscrivibili all'interno delle leggi fisiche comunemente accettate in occidente, la cui valenza è dunque per Jung statistica e non universale. Dal punto di vista dell'individuo che la sperimenta, interviene come una conferma implicita nel rafforzare la sua convinzione in scelte e percorsi in realtà già intrapresi, con l'aria di fargli prendere una strada senza pensarci, - come accadrebbe nel seguire un particolare odore che ci investe o per un impulso improvviso -  più spesso di quanto un individuo che si ritenga razionale sarebbe disposto ad ammettere.


Lo strano percorso Bowie-Jung-Foucault-Bowie-Jung (a cui dovrei già aggiungere ulteriori sentieri a latere come Orwell, Colin Wilson, James Hillman etc.) si sta rivelando articolato e non lineare e con ogni probabilità destinato ad arricchirsi di nuove numerose ramificazioni.

Mi piacerebbe essere in grado di disegnare una mappa simbolica di questo strano paesaggio in costante evoluzione, un giorno.

09 maggio 2016

Compromesso


















Desiderio di venire a patti con l'"Esterno", 

assorbendolo, interiorizzandolo. Io non uscirò, 
dovrai venire tu dentro di me. All'interno del mio giardino-utero 
da cui faccio capolino. Dove posso costruire un universo 
                     dentro il cranio, che rivaleggi con la realtà.


Urge to come to terms with the "Outside", by
absorbing, interiorizing it. I won't come out,
you must come in to me. Into my womb-garden
where I peer out. Where I can construct a universe
                      within the skull, to rival the real.



Jim Morrison,  The Lords and The New Creatures,  (trad.Elena Blank)

14 aprile 2016

Migrazioni


"E così quando lo scorso autunno avevo cominciato a fare le mie passeggiate serali, mi ero reso conto che Morningside Heights è un buon punto di partenza per esplorare la città. La stradina che scende dalla cattedrale di Saint John the Divine e attraversa Morningside Park è a un quarto d’ora da Central Park. Nella direzione opposta, andando verso ovest, Sakura Park è a dieci minuti, mentre a nord si arriva ad Harlem costeggiando l’Hudson, anche se il traffico al di là degli alberi copre il rumore del fiume."

(Teju Cole - Città aperta


"Improvvisamente, con estrema violenza, si sentì riafferrare dal desiderio di ritrovarsi, pioggia o non pioggia, a qualsiasi costo, in mezzo alle valli: solo."

(Giorgio Bassani - L'airone)



"My name is Fabian Vas. I live in Witless Bay, Newfoundland. You would not have heard of me. Obscurity is not necessarily failure, though; I am a bird artist, and have more or less made a living at it. Yet I murdered the lighthouse keeper, Botho August, and that is an equal part of how I think of myself."

"Mi chiamo Fabian Vas. Abito a Witless Bay, Newfoundland. Non avrete sentito parlare di me. L'anonimato non è necessariamente un fallimento, comunque; sono un artista di uccelli, e di questo ho fatto più o meno una ragione di vita. Inoltre ho assassinato il guardiano del faro, Botho August, e questo è un aspetto di me che considero altrettanto importante."

(Howard Norman - The bird artist)




(Foto: Elena Blank)

05 aprile 2016

The Bewlay Brothers




La riscoperta di questo brano tratto da Hunky Dory e la ricerca di informazioni sulla sua storia mi ha portato alla pubblicazione di questo post. Propongo una mia traduzione (scusandomi per le probabili inesattezze) di un articolo tratto da Pushing Ahead of the Dame, vera miniera d'oro per quanto mi riguarda, ottima raccolta di analisi, brano per brano, di testi e musiche della sterminata produzione di Bowie. Hunky Dory ha segnato la vera ascesa di Bowie all'Olimpo delle star della musica, e ancora oggi è sorprendente come sia accaduto in questo modo, con brani così atipici, "strani", poco commerciali. The Bewlay Brothers è certamente un brano affascinante, melodico, in cui la passione acustica di Bowie è ancora molto presente, e in questo senso non troppo ostico. Eppure non manca l'unicità di una cifra stilistica che pure con enormi differenze tra un'era e l'altra della sua lunghissima carriera, tra un brano e l'altro dello stesso LP, persino tra una sezione e l'altra dello stesso brano, emerge ineluttabile, e potentemente, qui come altrove. Pur non essendo tra i brani che hanno segnato più di altri la mia crescita musicale, riascoltandolo ho avuto l'impressione di tornare alle origini di qualcosa che mi appartiene profondamente, un'epoca, un momento di formazione, un luogo dove accade qualcosa di specifico, di crescita personale. Probabilmente si tratta soltanto di un'atmosfera che mi cattura ancora con forza dopo moltissimo tempo, cancellando i limiti dello spazio e del tempo.
Ma questo è appunto il grande potere della musica.


The Bewlay Brothers

L’unica pipa che io abbia mai fumato è stata un’economica Bewlay. Era un articolo piuttosto diffuso negli ultimi anni Sessanta e per questa canzone ho usato il cognome Bewlay al posto del mio. Non si trattava soltanto di una canzone sull’essere fratelli e non volevo che venisse fraintesa usando il mio vero nome. Detto questo, non saprei come definire il testo di questa canzone se non suggerendo che esistono più livelli nascosti al suo interno. E’ un palinsesto, essenzialmente.”  – David Bowie, 2008

(Bowie qui usa il termine “palimpsest” nell’accezione artistica del termine, dove il palinsesto è il supporto pittorico di un’opera materica a più strati, probabilmente di opere diverse o composte in tempi diversi. [N.d.T.] )


The Bewlay Brothers è una delle ultime canzoni incise per Hunky Dory, l’unica che Bowie scrisse in studio (per le altre canzoni aveva creato dei demo anche mesi prima delle sessioni di registrazione per l’LP). Decenni più tardi, Bowie descrisse la nascita di questa canzone come impulsiva, quasi l'avesse vomitata:  “Avevo avuto enormi ammassi di parole da scrivere tutto il giorno.  La sera mi ero sentito distaccato e instabile, qualcosa aveva fermentato nella mia mente.” Registrò la canzone dopo che il resto della band era tornata a casa (anche se in seguito ovviamente ci furono delle sovraincisioni),  poi andò a bere al “Sombrero in Kensington High Street, o forse a quel locale fatiscente, La Chasse di Wardour Street”.

Bowie disse che era una canzone per il mercato americano. Quando il produttore gli chiese il perché, Bowie rispose che visto che gli americani amavano psicanalizzare i dischi, trovare indizi sulle copertine degli LP e in frasi buttate giù tanto per dire, aveva scritto una canzone per disorientarli. Al principio era sprezzante riguardo a “The Bewlay Brothers”,  la descrisse come “Star Trek con il giubbotto di pelle”, definiva il suo stesso testo incomprensibile. A posteriori sembra che Bowie fosse intenzionalmente evasivo a riguardo,  che cercasse di attutire la potenza del brano,  di evitare che il pubblico si avvicinasse troppo al suo vero significato.

I biografi hanno proposto interpretazioni risolutive del testo concentrandosi principalmente su Terry, il fratellastro schizofrenico di Bowie. (Cristopher Sandford: “La canzone infatti, aveva a che fare con lo schizofrenico Terry Burns”; George Tremlett spingendosi oltre ha specificato che il brano tratterebbe di una seduta spiritica che Terry e Bowie fecero negli anni ’60). Di sicuro lo sventurato Burns (che Bowie presto allontanò del tutto tagliando ogni contatto con lui) è il cuore della canzone; versi come “Mio fratello giace sui sassi/forse è morto forse no…” oppure “facevamo scappare i ragazzini” sembrano rifarsi ai tempi in cui Burns ebbe attacchi epilettici per strada, contorcendosi al suolo mentre il suo fratellastro lo guardava impotente. Ma una visione meramente autobiografica sarebbe certamente riduttiva, i Bewlay Brothers potrebbero essere altrettanto equivoci personaggi  gay come demoni, o due frammenti di una personalità in frantumi. (Bowie intervistato nel 2000: “Non sono mai stato certo di quale ruolo avesse veramente Terry nella mia vita, se Terry fosse una persona reale o se invece avessi a che fare con un’altra parte di me.”)
La verità, se ne esiste una, non sarà mai svelata: è sepolta da qualche parte all’interno di quest’opera magistrale di Bowie, che come ricompensa regala schegge di immaginazione, parole chiave sussurrate in sogno, nomi di dipinti perduti: "tempo di arroganza per i Ragazzi della Luna”; “il volto arcigno sul pavimento della cattedrale”; “una bugia enorme quanto speravano”; “sovrani dell’oblio”; “si sono comprati le loro posizioni con saccarina e fiducia”; “la crosta del sole”.

Un senso di stanca sconfitta si avverte in un verso come “E il libro impenetrabile che abbiamo scritto/oggi non potrà essere trovato”.

  
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Lester Bangs: “Ho visto Bowie la notte scorsa.”
Lou Reed: “Beato te. E’ molto triste.”
LB: “Ti ha fregato tutti i riff, ovviamente.”
LR: “Tutti rubano i riff. Tu rubi i tuoi. David ha scritto canzoni veramente grandi.”
LB: “ Oh andiamo. Tutti sanno scrivere belle canzoni! Sam the Sham ha scritto grandi canzoni! David ha mai scritto qualcosa di meglio di ‘Wooly Bully’?
LR: “Hai mai ascoltato “The Bewlay Brothers”, testa di cazzo?” 

(da “Let Us Now Praise Famous Death Dwarves,” Creem, March 1975.)
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“The Bewlay Brothers”, dopo un’austera intro di chitarra acustica e piano distorto, si compone di tre lunghi versi le cui ultime 14 battute fungono anche da chorus (una struttura simile ad altri brani precedenti come “Cygnet Committee”); i versi sono separati da intermezzi di chitarra da quattro battute, e si concludono con la bizzarra coda cantata da un coro grottesco a diverse velocità che sembra il ritorno dei fantasmi dei Laughing Gnomes (The Laughing Gnomes è un brano di Bowie molto simile a una filastrocca con giochi di parole nel testo, che uscì come singolo il 14 aprile del 1967 [N.d.T.]).

Considerando il brano come una serie di coppie di note, la canzone inizia in due chiavi alternate, modulando dal Re al Mi minore e ritorno; la voce di Bowie all'interno di certi versi ha l’eco; il piano e la chitarra di Mick Ronson a tratti sono così distorti da confondersi l’uno con l’altra; Bowie costruisce i primi versi di ogni strofa a coppie di battiti in rima da una sillaba (p.es., "SO it GOES/we WORE the CLOTHES/they SAID the THINGS/that MADE it SEEM", ecc.);  nei due intermezzi di chitarra le eleganti divagazioni della chitarra di Mick Ronson si contrappongono alle battute della chitarra acustica di Bowie. In chiusura l’alternarsi di Si minore e Fa, accordi che non si combinano tra loro (se il Si minore è la chiave, allora dovrebbe essere seguito da un Fa diesis, se la chiave è il Fa, dovrebbe trattarsi del Si bemolle): un binomio inconciliabile, così com’era tra i due fratelli.


La registrazione fu realizzata tra luglio e agosto del 1971. Un mixaggio alternativo del brano (decisamente differente dall’incisione dell’LP: le voci sono registrate a un volume molto più alto nella coda) fu inserito nel CD Ryko, rielaborazione  di Hunky Dory. Bowie non eseguì più il brano fino al 2002, quando ne registrò una versione per la BBC radio, scherzando sul fatto che il testo aveva molte più parole di Guerra e Pace. Parlò da uomo che non avrebbe riconosciuto il sé stesso più giovane se lo avesse incrociato per strada.


(Immagine in apertura del post originale: King Lear di Peter Brook, 1971)

22 febbraio 2016

Odore

Sono un pò stanca. Non ho nomi. E' più un odore di questi anni, una cosa che si respira nelle intenzioni, nei toni e nelle piccolezze che oscurano ogni possibile grandezza di questo nostro strano Paese.
Non ho voglia di leggere autori che ci insegnino quanto è positivo il nostro vivere, quelle cose sai, c'è del bello in tutto quello che stai vivendo, devi solo accorgertene.
Ho paura. Che il pericoloso sentimentalismo narcisista dei social stia tracimando sulla carta.
Né ho voglia di subire celebrazioni del dolore, o della dipendenza come unica via per riuscire a resistere fino al suicidio. No ecco, non ho voglia di sentirmi dire qualcosa, qualunque cosa riguardo al bello o al brutto del vivere, non sopporterei nemmeno una riga di scrittura saccente, in entrambi casi falsa che pretende di dirci com'è la nostra vita o come dovremmo guardarla.
Dov'è finito il dominio della storia, l'assenza dello scrittore, la cancellazione dell'autore.
Che si astenga almeno da qualunque tipo di generosità,  dall'insegnarci cose.
Datemi storie. Il resto del lavoro se permettete lo
faccio io.

13 febbraio 2016

Stig Dagerman - Il viaggiatore





Lui viaggia? Non so sembra immobile, bloccato in una gelida infanzia. Racconti spaventosi, dove il mistero è violato, e il grigio di essere ben oltre il confine della visione fanciullesca rattrappisce il lettore. Ma non ti va di uscire, non ti va di andar via prima di sapere se quel particolare bambino è riuscito a farcela. Se si salva e perché è uscito dal suo cerchio, perché così com'era non esiste più. Il testo critico su sé stesso scrittore è un piccolo atroce autoritratto. Continue domande su come rapportarsi all'infanzia, e non solo nel testo sull'educazione.

I racconti sono piccoli pozzi profondi.


10 febbraio 2016

Woody Allen e le olive





Ci ho fatto caso. I primi film di Woody Allen esaltano il sapore delle olive verdi denocciolate nell'insalata.

Non si tratta della musica, come si potrebbe pensare. Si tratta anche del clima sonoro in verità, se cominci non riesci ad ascoltare niente di diverso per giorni. Ma dei dialoghi impossibili. Che sono poi il vero motivo per cui guardiamo e riguardiamo questi film, le parole a cui ripensiamo anche dopo in macchina.
I dialoghi che nessuno fa.

Meno male che ci ha pensato lui.

08 febbraio 2016

Romanzo naturale - Georgi Gospodinov



"Romanzo naturale" dell'autore bulgaro Georgi Gospodinov, pubblicato da Voland, è un testo molto costruito e anche molto ambizioso a dispetto del titolo e della leggerezza che vorrebbe ostentare.

Così si presenta:

La storia naturale non è altro che nominare il visibile. Da
qui deriva la sua evidente semplicità e questo suo comportamento,
che di lontano sembra ingenuo - a tal punto è semplice e indotto
dall'evidenza delle cose.
UN FRANCESE CONTEMPORANEO
1966, Parigi

L'intento di situarsi su un piano metanarrativo in stile calviniano è quasi subito dichiarata nel desiderio espresso nei primi capitoli di creare un romanzo fatto soltanto di incipit, "innumerevoli piccole particelle, di sostanze primarie, cioè di inizi che entrano in combinazioni illimitate", "un romanzo che si avvia di continuo, promette qualcosa, arriva a pagina 17, e ricomincia da capo". In questo modo i personaggi saranno liberati "dalla predestinazione della loro storia". Più avanti sogna un romanzo solo di verbi. "Nessuna spiegazione, nessuna descrizione. Solo il verto è onesto, freddo e preciso".

La trama invece non manca, anche se sfilacciata, usata solo come pretesto. C'è un protagonista con un divorzio da affrontare. C'è un redattore che trova un quaderno, un manoscritto non firmato e senza titolo. Trovando il testo molto buono e non sapendo come rintracciare l'autore comincia a pubblicare stralci del romanzo sul giornale, fino a quando una donna si fa viva riconoscendosi nella storia. Fa sapere che l'autore è l'ex marito "uscito
di testa dopo il divorzio" e diventato barbone.
Rintracciato il barbone, il redattore scopre di chiamarsi come lui. Il barbone sparisce e il redattore decide di pubblicare il romanzo firmandolo di persona.

Il gioco di specchi sebbene non nuovo, è ugualmente intrigante e ben condotto, frammentato, interrotto da "una storia naturale dei gabinetti", o anche da un breve trattato sulle mosche.

D'altra parte, si chiede Gospodinov, "come è possibile oggi il romanzo, visto che ci è negato il tragico. Come è possibile persino il pensiero del romanzo, visto che manca il sublime".


Il romanzo di Gospodinov è dunque una ricerca di senso dell'atto stesso di scrivere oltre che esistenziale, senza che le due strade possano mai del tutto separarsi.

Solo il banale mi interessa.
Niente altro mi diverte così tanto.




26 gennaio 2016

L'uomo che leggeva il mondo



Che David Bowie fosse un grande lettore è noto da diversi anni. Ero ancora una ragazzina quando lessi un articolo sull'argomento. Possedeva una biblioteca con un numero impressionante di volumi, e si raccontava di quanto fosse avido e irrequieto nel leggere, come la sua natura curiosa e probabilmente per molti aspetti morbosa, comandava. Si diceva anche (cito a memoria) che uno dei difetti della natura umana che riteneva imperdonabile è la pigrizia mentale.
Tutto questo non fece che aumentare la già sconsiderata ammirazione che nutrivo per questo artista cervellotico, dotato di una sensualità astratta, tanto più distaccato e inspiegabilmente lontano dal concetto di volgarità quanto più si ricopriva di maschere eccessive, dall'umorismo tagliente come un rasoio, folle e inquietante come un clown venuto da altri mondi, sognatore ai limiti del consentito, ma sempre sorprendentemente ben attaccato ai fenomeni e alle aberrazioni del suo tempo. Una psiche tanto sfaccettata da contenere un gran numero, infiniti io credo, aspetti da scoprire. Così come la vita dell'uomo e dell'artista è stata fino all'ultimo infinita ricerca.

Riporto di seguito la lista dei cento libri preferiti di Bowie, in rete da molto tempo, ma in questi giorni prevedibilmente rimessa in circolazione, in buona compagnia di molte altre notizie, delle quali  la metà è imprecisa e un'altra buona percentuale è falsa - senza voler tener conto dei vari tentativi di sciacallaggio già attivamente all'opera, e credo di poter dire con sufficiente sicurezza che riguardo a questo siamo solo all'inizio. Come resistere all'impulso di impacchettare e rendere disponibile un nuovo prodotto da banco che già nasce in mille versioni diverse, vendibile anche senza ricetta, incredibilmente prolifico e buono (adesso) per tutti i mali?  Mi conforta pensare che proprio "lui" non possa non aver previsto tutto questo, e che come per tutti gli altri dettagli che riguardano l'epilogo della sua vita terrena, ha senz'altro pianificato ogni possibile implicazione.
    


























Tornando alla lista, anche nuda e cruda racconta di per sé diverse cose, per esempio che se di ingordigia letteraria si trattava, non era però cieca voracità. Per quanto detto finora comunque, anche questa è da prendere con le molle per così dire.
Tanto per cominciare - e per finire, almeno per ora -  a me i libri risultano essere 99...


The Age of American Unreason (2008) di Susan Jacoby
La breve favolosa vita di Oscar Wao (2007) di Junot Díaz, Mondadori
La sponda di Utopia (2007) di Tom Stoppard, Sellerio
Teenage: The Creation of Youth 1875-1945 (2007) di Jon Savage
Ladra di Sarah Waters, Ponte delle grazie 2013
Processo a Henry Kissinger di Christopher Hitchens, Fazi 2003
Il gabinetto delle meraviglie di mr. Wilson (1999) di Lawrence Weschler, Adelphi
A People’s Tragedy: The Russian Revolution 1890-1924 (1997) di Orlando Figes
The Insult (1996) di Rupert Thomson
Wonder Boys (1995) di Michael Chabon
The Bird Artist (1994) di Howard Norman
Furoreggiava Kafka (1993 )di Anatole Broyard, Sylvestre Bonnard
Oltre il Brillo Box. Il mondo dell’arte dopo la fine della storia di Arthur C. Danto, Marinotti
Sexual personae: arte e decadenza da Nefertiti a Emily Dickinson di Camille Paglia, Einaudi
David Bomberg (1988) di Richard Cork
Sweet soul music. Il rhythm’n’blues e l’emancipazione dei neri d’Americadi Peter Guralnick, Arcana
Le vie dei canti (1986) di Bruce Chatwin, Adelphi
Hawksmoor (1985) di Peter Ackroyd
Nowhere To Run: The Story of Soul Music (1984) di Gerri Hirshey
Notti al circo di Angela Carter, Corbaccio
Money di Martin Amis, Einaudi
Rumore bianco di Don DeLillo, Einaudi
Il pappagallo di Flaubert di Julian Barnes, Einaudi
The Life and Times of Little Richard di Charles White
Storia del popolo americano: Dal 1492 a oggi di Howard Zinn, Il Saggiatore
Una banda di idioti di John Kennedy Toole, Marcos y Marcos
Interviste a Francis Bacon di David Sylvester, Skira
Buio a mezzogiorno di Arthur Koestler, Mondadori
Gli strumenti delle tenebre di Anthony Burgess, Rizzoli
Raw (rivista di grafica) 1980-91
Viz (rivista) 1979 –
I vangeli gnostici (1979) di Elaine Pagels, Mondadori
Metropolitan Life (1978) di Fran Lebowitz
Fra le lenzuola e altri racconti (1978) di Ian McEwan, Einaudi
The Paris Review. Interviste (1977)
Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza (1976) di Julian Jaynes, Adelphi
Tales of Beatnik Glory (1975) di Ed Saunders
Mystery train. Visioni d’America nel rock (1975) di Greil Marcus, Editori Riuniti
Selected Poems (1974) Frank O’Hara
Before the Deluge: A Portrait of Berlin in the 1920s (1972) di Otto Friedrich
Nel castello di Barbablù (1971) di George Steiner, Garzanti
Octobriana and the Russian Underground (1971) di Peter Sadecky
The Sound of the City: The Rise of Rock and Roll (1970) di Charlie Gillete
Riflessioni su Christa T (1968) di Christa Wolf
Awopbopaloobop Alopbamboom: The Golden Age of Rock (1968) di Nik Cohn
Il maestro e Margherita (1967) di Mikhail Bulgakov, Fermento
Journey into the Whirlwind (1967) di Eugenia Ginzburg
Ultima fermata a Brooklyn (1966) di Hubert Selby Jr., Feltrinelli
A sangue freddo (1965) di Truman Capote, Garzanti
Città di notte (1965) di John Rechy, Marco Tropea Editore
Herzog (1964) di Saul Bellow, Mondadori
Puckoon,  (1963) di Spike Milligan
The American Way of Death (1963) di Jessica Mitford
Il sapore della gloria (1963) di Yukio Mishima, Feltrinelli
La prossima volta Il fuoco (1963) di James Baldwin, Feltrinelli
Arancia Meccanica (1962) di Anthony Burgess, Einaudi
Nel ventre della balena (1962) di George Orwell, Bompiani
Gli anni fulgenti di miss Brodie (1961), Muriel Spark, Adelphi
Private Eye, rivista satirica britannica pubblicata dal 1961
La via senza testa. Lo zen e la riscoperta dell’ovvio (1961), Douglas Harding, 1961
Silenzio, John Cage, 1961
Strange People (1961), Frank Edwards
L’io diviso (1960), R. D. Laing, Einaudi
All The Emperor’s Horses (1960), David Kidd
Billy Liar (1959), Keith Waterhouse
Il Gattopardo (1958), Giuseppe Tomasi Di Lampedusa, Feltrinelli
Sulla strada (1957), Jack Kerouac, Mondadori
I persuasori occulti (1957), Vance Packard
La stanza di sopra (1957), John Braine, Garzanti
Una tomba per un delfino (1956), Alberto Denti di Pirajno
The Outsider (1956), Colin Wilson
Lolita (1955), Vladimir Nabokov, Adelphi
1984 (1949), George Orwell, Mondadori
The Street (1946), Ann Petry
Ragazzo negro (1945), Richard Wright, Einaudi
The Portable Dorothy Parker (1944) di Dorothy Parker
Lo straniero (1942) di Albert Camus, Bompiani
Il giorno della locusta (1939) di Nathanael West, et al. Edizioni Beano, (fumetto) 1938 –
La strada di Wigan Pier (1937) di George Orwell, Mondadori
Mr Norris se ne va (1935) di Christopher Isherwood, Einaudi
English Journey (1934) di J.B. Priestley
Infants of the Spring (1932) di Wallace Thurman
Il ponte La torre spezzata (1930) di Hart Crane, Mauro Pagliai Editore
Corpi vili (1930) di Evelyn Waugh, Bompiani
Mentre morivo (1930) di William Faulkner, Adelphi
Il 42esimo parallelo (1930) di John Dos Passos, BUR
Berlin Alexanderplatz, (1929) di Alfred Döblin, BUR
Passing, (1929) Nella Larsen, Sellerio
L’amante di Lady Chatterley (1928) di D.H. Lawrence, Giunti
Il Grande Gatsby (1925) di Francis Scott Fitzgerald, Edizioni Clandestine
La terra desolata (1922) T.S. Eliot, BUR
BLAST (1914–15) di Wyndham Lewis
McTeague (1899) di Frank Norris
La storia della magia con un’esposizione chiara e precisa delle sue regole, dei suoi riti e dei suoi misteri (1896) di Eliphas Lévi, Edizioni Brancato
Canti di Maldoror (1869) di Lautréamont, Feltrinelli
Madame Bovary (1856) di Gustave Flaubert, Edizioni Clandestine
Zanoni (1842) di Edward Bulwer-Lytton, Ascoltalibri Edizioni
Inferno, da “La Divina Commedia”, (1308–21) di Dante Alighieri, Edizioni Clandestine
Iliade (800 A.C) di Omero, Infilaindiana edizioni