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Visualizzazione post con etichetta Flannery O'Connor. Mostra tutti i post
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14 giugno 2017

Zona di conforto

Così ecco, lo sciroppo caldo di questa giornata scivola via.
Eppure pulsa e batte come il mistero liquido in questa musica che ora mi accompagna: le composizioni stratificate e impossibili da decifrare in pochi ascolti, di Jeff Buckley (Non fatevi ingannare da quella voce che apparentemente tutto soverchia, o da una parvenza di semplicità, bisogna cercare un pò al di sotto della calda coperta di suoni segreti e di fragili armonie che ha il coraggio di osare, consacrarsi e raccogliere qualcosa di stupefacente ad ogni ascolto, in ciascun brano, e, in ogni singola versione dello stesso brano).

Sto scoprendo con intensa gioia che alcune scrittrici del passato si dedicavano al disegno.
Sylvia Plath per esempio. Praticandolo provava quel senso di pace "simile alla preghiera" in cui mi riconosco, e che evidentemente la scrittura non dà - scrivere è sfiancante, scrivere è un tributo che ogni persona che vi si dedichi con serietà sente di dover pagare a se stesso, pena quella ben nota frustrazione, e un bruciante senso di colpa.
Flannery O'Connor affermava che il disegno può aiutare a sviluppare lo spirito di osservazione utile a uno scrittore. E' certamente vero, anche se ho l'impressione che delle due cose l'una rappresenti lo smarrimento dell'altra.
Non mi sorprende dunque che numerosi scrittori e poeti abbiano sentito la necessità di disegnare e dipingere. E qualcosa mi dice che c'è ancora di mezzo lo sconforto dello scrittore.
Disegnare può essere appagante e perfino suscitare autentica gioia quando riesci con pochi segni a far emergere una visione, e le parole invece ti tradiscono.


"Ieri ho disegnato un bell'ombrello e una bottiglia di Chianti" (Sylvia Plath)





"Brutte scarpe e una bottiglia di Beaujolais. Comincio a vedere l'infinito in un granello di sabbia"

Da Sylvia Plath Drawings

07 maggio 2017

Flannery O'Connor - Tutti i racconti

Ogni racconto di di Flannery O'Connor è un colpo di scure che si abbatte sul lettore senza pietà. La difficoltà nel leggere questa scrittrice non deriva da un'oscurità del linguaggio, o da scelte stilistiche sperimentali come può accadere per esempio con Faulkner al quale viene spesso assimilata (in Faulkner peraltro lo sforzo richiesto viene ricompensato da una metodica traslazione della coscienza di chi legge in un altrove quasi tangibile, dove è possibile respirare ciò che le parole non chiariscono).
Nei racconti di Flannery O'Connor tutto accade nell'esattezza cristallina delle parole.
Non è amata incondizionatamente questa autrice, e con questo intendo procurarmi una buona giustificazione per averla conosciuta molto tardi. Comunque immagino sia effettivamente così, e credo che la motivazione più credibile sia che le sue storie sono crudeli, le conseguenze delle scelte dei personaggi e l'assurdità delle scelte, difficili da accettare, odiose in un modo che non permette di ignorare chi siamo nel mondo reale. Non è confortevole leggere e sentirsi smascherati nella flagranza delle proprie ottuse convinzioni. Senza metafore e oscuri simbolismi l'autrice ci mette in guardia contro le insidie dell'eccesso di virtù. E a quale scopo rendere impenetrabili i dettagli in realtà, quando tutta l'opera della O'Connor nel suo complesso è racchiusa tra i contorni di un'unica grande metafora. Non sentitevi troppo al sicuro, sembra tuonare a guisa di angelo vendicatore ad ogni racconto, voi che vi credete integri, addirittura giusti. L'inevitabile condanna è lì che attende all'epilogo di ogni storia, ed è sempre frutto di un gigantesco errore di valutazione, di una cecità incallita del protagonista. Eppure mi sento libera di leggere questi scritti illuminati dalla luce sinistra di una religiosità coriacea, come un monumento alle incoerenze della natura umana descritta in tutti i suoi più profondi aspetti laici, un'enciclopedia dell'odioso arroccarsi sulle proprie convinzioni che rivelano una totale incapacità di giudicare gli altri senza pregiudizi, e di conoscere chi si è veramente. Ed è con sconcertante maestria che nell'esaltazione delle certezze più resistenti, soprattutto se intessute di traboccante bontà e virtù, scheggia dopo scheggia in ogni racconto si va a lastricare il pavimento lucido e scivoloso dell'inferno.