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19 settembre 2015

Il nostro piccolo sole



“Il nostro piccolo sole” è il resoconto di un’esperienza reale. L’autrice ha messo nero su bianco la storia della nascita precoce di suo figlio Edoardo e di tutto ciò che ha significato per lei e per i suoi familiari.
Essendo a conoscenza delle vicende che hanno portato alla scrittura del libro e avendone se pur in minima parte condiviso le attese e le preoccupazioni, ho affrontato la lettura di questo libro in una disposizione di spirito molto diversa dal solito. Trovandomi in un certo senso su un terreno completamente nuovo avrei dovuto fare a meno dei consueti riferimenti nell'interpretazione di questo testo. Pensavo soprattutto a come avrei dovuto pormi di fronte alla testimonianza di fatti e situazioni di natura tanto intima, pur essendo anche la storia di tante altre persone che possono aver vissuto esperienze simili. Pensavo a come sarebbe stato differente rispetto alla lettura di un’opera letteraria di finzione.  Il racconto, il romanzo – in cui ogni dettaglio per quanto inventato è il più cocciutamente autobiografico  – plasma però l’autobiografia, trasfigura memorie ed esperienze che hanno dato origine all'opera letteraria, sublima traumi e passioni finché tutto,  persino quando volutamente eccessivo,  risulta accettabile e iconico, fosse anche la più profonda disperazione o il terrore.  
Questo però – ne ero ben consapevole -  sarebbe stato un viaggio del tutto diverso.
Il titolo non deve trarre in inganno. E’ chiaro fin dalle prime pagine che non ci sarà consolazione o sollievo per chi ne cercasse, o altro che potrebbe far pensare all'idealizzazione di un’esperienza: né le aspettative e le sensazioni legate al concetto di “maternità” nel senso più ingombrante del termine, né la scelta dei pochi essenziali dettagli da inserire nella storia, né il modo di raccontarli, un modo che si potrebbe definire minimalista anche se è evidente che si tratta di un flusso che scorre spontaneo  e senza sforzo, e che l’autrice non intende scimmiottare stili o sottostare ad alcun dettame modaiolo. Si tratta dunque di una cronaca lucidissima, ed è bella perché senza ombre, anche nel resoconto spietato delle proprie asprezze ed egoismi, di persona che procedendo come un navigante disperso in una fitta nebbia, senza alcun punto di riferimento, smarrita e sfinita ma sorretta da una forza misteriosa che la guida ora dopo ora nel superare i giorni e le attese, è ben consapevole di essere una controfigura di sé, un alter ego più freddo e meccanico, che osserva come in un lontano ricordo la sua versione più serenamente umana ma più indifesa; una sé stessa che in nessun modo sarebbe in grado di affrontare tante impensabili prove.
C’è un lavoro profondo nel tratteggiare la psicologia degli attori di questa vicenda, un lavoro tagliente e preciso che l’autrice svolge meticolosamente su sé stessa , senza mai isolarsi veramente dal mondo che la circonda, dalle persone e dai luoghi che registra e fotografa con chiarezza estrema anche nei momenti più difficili in cui sembra sentirsene lontanissima. E questo mondo infatti viene fuori, un universo che viaggia su un binario parallelo a quello della quotidiana normalità e che è tanto difficile condividere con chi questo universo non conosce; come spiegare, quali parole usare per descrivere la violenza di una guerra che scuote le fondamenta stesse dell’esistenza? Un universo  i cui protagonisti sono i piccoli appena nati e già in lotta per la loro vita, e poi “gli altri” genitori, i professori , il personale medico – figure che a volte sembrano rappresentare un possibile alleato altre volte uno specchio in cui non ci si vuole riconoscere, altre volte ancora una minaccia per il barlume di salute mentale che si vorrebbe poter preservare;  infine le macchine, che con i loro sibili, i ronzii e i tremendi allarmi  invadono le stanze della terapia intensiva e le menti di madri e padri, esseri che in quella strana penombra si aggirano in cerca di un sostegno per non crollare e che da esse dipendono per poter tornare a formulare l’idea stessa di futuro.  E’ proprio il concetto di tempo più di ogni altro ad essere travolto in queste pagine, il tempo che non passa, o che trascorre scandito da luci e suoni che seminano angoscia e terrore. La ferocia dell’incomunicabilità emerge in numerosi cupi passaggi, a cui fanno da contraltare piccoli gesti luminosi di silenziosa pacificante complicità.
Mi piace considerare questo libro non solo come la testimonianza della storia complicata di Edoardo raccontata da sua madre, o come esempio di un uso terapeutico della scrittura, ma come un vero e proprio testo letterario.

E’ accaduto che una donna, raccontando così bene una storia, la sua storia, si è rivelata scrittrice.

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12 febbraio 2014

Margherita Vetrano su Granovisioni

Margherita Vetrano scrive recensioni di film In incognito.
In questo caso ha fatto un'eccezione con una bella recensione su Granovisioni, che con grande piacere pubblico qui.
Eccola.

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Granovisioni è un melting pot di idee, parole, poesia e prosa, fusi in un unico sguardo appassionato verso il dettaglio, la sensazione, l’emozione.
I capitoli sono ventotto, tutti diversi, ognuno col suo sapore, la sua visione a metà tra la realtà e la fantasia.
Elena Giacomelli scrive con gli occhi del cuore aprendo una finestra romantica, a volte più dura, sul mondo, ma lo fa sempre con una grazia ed un’eleganza che conquistano.
“La colpa” apre il libro ed è subito un pugno allo stomaco che costringe a tenere gli occhi aperti sulla narrazione. Il linguaggio è forbito, poco immediato e la comunicazione striscia oltre la linea di galleggiamento, ma il senso ci attanaglia e ci rapisce sprofondandoci in un universo parallelo, nelle granovisioni. A seguire “Millennio” dà il senso del perduto, un rimpianto appena sussurrato, della dolcezza del ricordo e del guardare indietro non solo per piangere ma anche per ricordare chi siamo. Regna una concretizzazione delle sensazioni che diventano liquidi appiccicosi, nettari divini o battito d’ali; l’idea diventa tangibile e rappresentata attraverso il tatto, l’odorato, paralleli impensati e impensabili che funzionano. Quando si prende il ritmo nella lettura, “Undici storie” spezza la cadenza con la sua cantilena di messaggi, sparati come fuochi d’artificio sul foglio bianco. Pietre miliari di cinica realtà. Ne “Il calcolo” c’è la comune esigenza di misurare tipica del mondo, di inscatolare pensieri e vissuto nel tentativo di controllare i fatti. Non è così ma ci appartiene ed è indispensabile.
Ed ecco che il passo cambia di nuovo fino all’ultimo sorprendente pezzo.
“Granovisioni” perché già dalle prime righe mantiene intatto il desiderio di terminare la lettura fino all’ultima pagina con la stessa intensità e con la certezza che in ogni suo più piccolo anfratto troveremo un po’ di noi. Il suo sospiro leggero di gioia o di angoscia è una brezza da cui lasciarsi accarezzare e strappare via le memorie più intime, per riscoprirle sotto forma di un nuovo linguaggio.
Da leggere.

Margherita Vetrano