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01 maggio 2024

Fantasmi americani









 Le ossessioni di Paul Auster avvinghiano lentamente.  I suoi fantasmi sono parole e cose sempre troppo slegate o troppo legate a scarni significati, maschere, specchi, percorsi oscuri, gorghi mentali, vane strategie di ricerca di un'identità che gioca irrimediabilmente a rimpiattino, luoghi apparentemente familiari che diventano labirinti in cui smarrirsi prima di rendersi conto di aver percorso un solo passo. Palazzi, strade, vicoli, muri, finestre, porte, si chiudono in trappole mortali. L'immobilità si tramuta silenziosamente in una spirale senza uscita. Batte sempre il rintocco sordo e pesante della letteratura, l'ombra persecutoria ma anche irrinunciabile di poeti e scrittori, Milton, Melville in Città di vetro, Walt Whitman, Henry David Thoreau in Fantasmi. I protagonisti qui sono molte cose e nessuna, sono anche ombre di scrittori. La solitudine è così profonda da non rappresentare un ostacolo o una sofferenza, semplicemente i rapporti umani o familiari sono impossibili, crudeli o fallimentari. Non so ancora dove e attraverso quali ribaltamenti repentini di situazioni sul filo della follia si cercherà Auster ne La stanza chiusa. Di certo il titolo anticipa eloquentemente quanto dovrò attraversare ancora di claustrofobico.



"E poi più importante di tutto: ricordare chi sono. Ricordare chi dovrei essere. Non credo che questo sia un gioco. D'altra parte, non c'è niente di chiaro. Per esempio: tu chi sei? E se pensi di saperlo, perché continui a mentire? Non ho risposta. Non posso dire altro che questo: ascoltami. Mi chiamo Paul Auster. Non è il mio vero nome."

Paul Auster, Trilogia di New York, Città di vetro.


Da uno dei mie blog >> Vagamente sonnambula

23 gennaio 2017

L'Islanda non è abbastanza fredda


L'Islanda che emerge da questo romanzo non è un paese felice, e gli individui di queste storie non sono individui felici. Camminano incerti e barcollanti come ubriacati dalle intemperie delle loro esistenze.

La prosa poetica di Jón Kalman Stefánsson è a tratti ben costruita, toccante ma aspra come lo sono il freddo, gli odori, il pesante fango della fatica quotidiana, esistenze le cui prospettive si assottigliano sotto la lama del tempo che passa, i desideri che faticano a farsi spazio nei giorni tutti difficili al di là delle tragedie che pure accadono, pervasi da una sottile disperazione. In queste pagine storie e personaggi sono potenti e credibili.

In altre pagine però - sopratutto nella prima metà del libro e poi forse ancor più nelle ultime pagine - questo gelo si sgretola sotto un fastidioso compiacimento nell'uso delle parole, che a volte scivola nella pura e semplice sdolcinata banalità. La voce narrante qui è predicatoria e ammiccante, ingombra e  toglie spazio ai personaggi che senza di lei funzionerebbero benissimo; un esempio tra altri le pagine sull'abbraccio, pagine in cui l'autore sente l'esigenza di illustrarci la bellezza e il potere terapeutico di un abbraccio, e c'è da chiedersi chi davvero può sentire il bisogno di pagine di questo tipo, che avrebbero potuto tranquillamente essere omesse senza che la storia patisse alcun danno.

Peccato perché c'è tanto materiale in questo libro, c'è un contenuto che per lo più si adatta perfettamente alla forma, tutto sommato equilibrata nel difficile compito di descrivere i sentimenti, lo sforzo di vivere una vita piena, di sentirsi in grado di assolvere i difficili ruoli che la famiglia come istituzione impone.  Margrét emerge tra i vari personaggi come figura femminile di grande intensità e inquietanti contraddizioni.

In conclusione questo romanzo pubblicato da Iperborea non mi ha convinto completamente, ma è stata una lettura tutto sommato interessante. Non so se mi cimenterò nella lettura di Paradiso e Inferno. Qualche timore c'è di imbattersi in un elogio "insopportabile" della letteratura.





22 giugno 2016

Amors - Un'invisibile disarmonia


"La retorica dei buoni sentimenti è una spessa coltre che stendiamo sull'ambivalenza della nostra anima, dove l'amore si incatena con l'odio, il piacere con il dolore, la benedizione con la maledizione, la luce del giorno con il buio della notte, perché nel profondo tutte le cose sono intrecciate in un'invisibile disarmonia. E scrutare l'abisso che queste cose sottende è compito ormai trascurato della nostra cultura che con troppa semplicità distingue il bene dal male, come se i due non si fossero mai incontrati e affratellati. 
(...)
In ogni condanna che rivolgiamo agli altri c'è un volgare rigurgito di innocenza per noi stessi guadagnato a poco prezzo.
(...)
L'amore, che come ci ricorda Norman Brown è "toglimento di morte (amors)", confina con la morte, e sottilissimo è il margine che vieta di oltrepassare il limite che fa di uno sguardo sereno uno sguardo tragico."

Umberto Galimberti, I miti del nostro tempo

22 febbraio 2016

Odore

Sono un pò stanca. Non ho nomi. E' più un odore di questi anni, una cosa che si respira nelle intenzioni, nei toni e nelle piccolezze che oscurano ogni possibile grandezza di questo nostro strano Paese.
Non ho voglia di leggere autori che ci insegnino quanto è positivo il nostro vivere, quelle cose sai, c'è del bello in tutto quello che stai vivendo, devi solo accorgertene.
Ho paura. Che il pericoloso sentimentalismo narcisista dei social stia tracimando sulla carta.
Né ho voglia di subire celebrazioni del dolore, o della dipendenza come unica via per riuscire a resistere fino al suicidio. No ecco, non ho voglia di sentirmi dire qualcosa, qualunque cosa riguardo al bello o al brutto del vivere, non sopporterei nemmeno una riga di scrittura saccente, in entrambi casi falsa che pretende di dirci com'è la nostra vita o come dovremmo guardarla.
Dov'è finito il dominio della storia, l'assenza dello scrittore, la cancellazione dell'autore.
Che si astenga almeno da qualunque tipo di generosità,  dall'insegnarci cose.
Datemi storie. Il resto del lavoro se permettete lo
faccio io.

08 febbraio 2016

Romanzo naturale - Georgi Gospodinov



"Romanzo naturale" dell'autore bulgaro Georgi Gospodinov, pubblicato da Voland, è un testo molto costruito e anche molto ambizioso a dispetto del titolo e della leggerezza che vorrebbe ostentare.

Così si presenta:

La storia naturale non è altro che nominare il visibile. Da
qui deriva la sua evidente semplicità e questo suo comportamento,
che di lontano sembra ingenuo - a tal punto è semplice e indotto
dall'evidenza delle cose.
UN FRANCESE CONTEMPORANEO
1966, Parigi

L'intento di situarsi su un piano metanarrativo in stile calviniano è quasi subito dichiarata nel desiderio espresso nei primi capitoli di creare un romanzo fatto soltanto di incipit, "innumerevoli piccole particelle, di sostanze primarie, cioè di inizi che entrano in combinazioni illimitate", "un romanzo che si avvia di continuo, promette qualcosa, arriva a pagina 17, e ricomincia da capo". In questo modo i personaggi saranno liberati "dalla predestinazione della loro storia". Più avanti sogna un romanzo solo di verbi. "Nessuna spiegazione, nessuna descrizione. Solo il verto è onesto, freddo e preciso".

La trama invece non manca, anche se sfilacciata, usata solo come pretesto. C'è un protagonista con un divorzio da affrontare. C'è un redattore che trova un quaderno, un manoscritto non firmato e senza titolo. Trovando il testo molto buono e non sapendo come rintracciare l'autore comincia a pubblicare stralci del romanzo sul giornale, fino a quando una donna si fa viva riconoscendosi nella storia. Fa sapere che l'autore è l'ex marito "uscito
di testa dopo il divorzio" e diventato barbone.
Rintracciato il barbone, il redattore scopre di chiamarsi come lui. Il barbone sparisce e il redattore decide di pubblicare il romanzo firmandolo di persona.

Il gioco di specchi sebbene non nuovo, è ugualmente intrigante e ben condotto, frammentato, interrotto da "una storia naturale dei gabinetti", o anche da un breve trattato sulle mosche.

D'altra parte, si chiede Gospodinov, "come è possibile oggi il romanzo, visto che ci è negato il tragico. Come è possibile persino il pensiero del romanzo, visto che manca il sublime".


Il romanzo di Gospodinov è dunque una ricerca di senso dell'atto stesso di scrivere oltre che esistenziale, senza che le due strade possano mai del tutto separarsi.

Solo il banale mi interessa.
Niente altro mi diverte così tanto.




24 gennaio 2016

Le farfalle notturne dell'Impero Russo


Questo libro fino ad ora a me sconosciuto di un autore sconosciuto mi è stato regalato anni fa ed è rimasto latente sullo scaffale, occhieggiando un giorno e per molti altri restandosene nascosto dietro altri dorsi e altri titoli e copertine.
Per qualche ragione o per nessuna in particolare ho iniziato a leggerlo un giorno del mese scorso. Si è subito rivelata una lettura originale, di quelle che sembrano avere come obiettivo quello di sgretolare le tue convinzioni personali su ciò che ti piace di più in letteratura. Convinzioni che bisogna dire ci si costruisce quasi sempre in base ad automatismi mentali fuorvianti. L'occhio che guarda sé stesso non restituisce mai, come si può facilmente comprendere, immagini troppo affidabili.

Non si tratta di un romanzo psicologico, o piuttosto lo è moltissimo, ma non è la psicologia dei personaggi ciò che traccia e fa muovere la trama. In copertina si parla di echi di Nabokov e di certo si, gli echi ci sono, anche se non sono le farfalle ad evocarlo. Di Nabokov mi sembra di avvertire il sapore agro di una vicenda che si svolge su piani sovrapposti, uno dei quali, il più affascinante per me, è freddo e cerebrale, l'occhio che guarda sé stesso appunto. Un altro invece è il tema caldo delle ossessioni maschili per la sfuggente natura femminile. Molti i fatti, gli spostamenti tra città e ambientazioni diverse dai nomi evocativi già alla pronuncia, Istanbul, Stoccolma, Livadia, Odessa. Arrivi partenze, dialoghi, attese, contrattazioni, fughe e lingue diverse che finiscono con il confondersi e mescolarsi in un gioco intrecciato di percezioni in cui è impossibile per il protagonista  non perdersi.
La ricerca della farfalla introvabile mi era sembrata fin dal principio una metafora debole, banale, della caccia alla donna inafferrabile (ma le farfalle notturne si presteranno anche ad altre metafore pertinenti alla storia). Eppure Prieto è riuscito a renderla interessante e credibile facendone una tessera inserita in un mosaico più grande, sfumato e complesso, in cui vicende di avventurieri dediti al contrabbando,  astute manovre di prostitute schiave di uomini barbari e pericolosi, donne menomate che diventano loro malgrado strumenti di altrui vite, navi mercantili e treni, attese vane e fughe, fanno da sfondo ad una storia tutto sommato semplice che si riempie di sostanza attraverso la mediazione delle lettere. Si tratta di lettere scritte a mano, esaltate e coltivate con una dedizione quasi compulsiva, e diventano il vero motore dello svolgersi dell'intera vicenda. Lettere che prendono vita ispirandosi a scambi epistolari più antichi sui quali disserta in alcuni casi diffusamente - così come l'autore di questo libro si nutre di molta letteratura del Novecento - cercando e creando con altre più illustri lettere continue corrispondenze, e che andando molto al di là del loro scopo come semplice mezzo di comunicazione, si costituisce come il filo sottilissimo che tiene unite le vite e i loro passaggi incrociati sull'intricata mappa del romanzo.

(Le farfalle notturne dell'Impero Russo, José Manuel Prieto - 2003, Marco Tropea Editore)


Biografia:
José Manuel Prieto è nato all'Avana nel 1962. Laureatosi in ingegneria a Novosibirsk, capitale della Siberia occidentale, è rimasto a vivere in Russia per dodici anni. Durante questo periodo ha lavorato come direttore commerciale in una ditta di esportazioni di dubbia fama ed è stato ingegnere in un piccolo villaggio della Siberia, oltre a svolgere lavori meno confessabili. Sempre in quegli anni ha tradotto dal russo allo spagnolo autori come Josif Brodskij e Anna Achmatova. Attualmente vive in Messico, dove insegna storia russa.

21 febbraio 2014

La scopa del sistema

Sui miei appunti ho scritto: Lenore bisnonna è Wallace. Poi:  Lenore nipote è Wallace  Poi: Rick Vigorous è Wallace? E poi: Si.

Lenore bisnonna allieva di Wittgenstein è pronta a tutto per dimostrare il potere totalizzante delle parole. Usa le parole per influenzare, anzi plagiare senza remore Lenore nipote, al punto da "rovinarle la vita". Così pensa Rick Vigorous il quale racconta continuamente storie a Lenore nipote che non smette mai di chiederne a Rick. Anche perché crede senza condizioni agli insegnamenti della bisnonna. La quale bisnonna scompare ed è assente per tutta la durata del romanzo, costruito attorno alla voragine lasciata dalla volontaria defezione del vertice della piramide. L'autore non c'è. I personaggi vivono di vita propria, e se esistono è solo grazie alle parole. Ho segnato per più pagine appunti che tornano sempre su questo concetto di esistenza (di una persona di un fatto) garantita esclusivamente dal racconto che se ne fa.
Rick è follemen­te innamorato di Lenore. Ma se Lenore bisnonna è chiaramente Wallace, lo è anche Rick che racconta le storie, e lo è anche Lenore nipote che le legge. Anzi mi sembra che Lenore nipote sia più precisamente il rapporto di W. con la letteratura. Rick Vigorous non può vivere senza Lenore, che tra l'altro è un po' sentimentale riguardo a ciò che legge e si invaghisce di storie melodrammatiche e contorte. Eppure Rick preferisce che le storie le esamini e le scelga Lenore, evidentemente libera dalla contaminazione dovuta al "mestiere" di scrittore (o di editore). E Lenore lotta per non farsi incatenare da Rick. Ha questa convinzione incrollabile nel potere delle parole. E di certo, è proprio lei che più di ogni altro esiste per questo.
Se tutto questo (che è solo una piccolissima manciata di polvere sollevata dal mucchio di ciò che può essere pensato e detto e spazzato dalla scopa del sistema) è presente nel primo romanzo di DFW scritto a ventiquattro anni, non proverò mai più - avendo tra l'altro già fallito più e più volte  - a parlare di Infinite Jest, dove ogni microscopico dettaglio non è che la punta di un enorme iceberg, e dove ogni iceberg non è staccato dagli altri, ma connesso a tutti gli altri enormi iceberg di cui quel romanzo-cervello è fatto, a formare un'enorme rete neuronale di iceberg per cui toccandone uno accendi le connessioni verso un numero impressionante di altri possibili neuroni-iceberg interconnessi.

Dopo aver letto anche questo romanzo e ora che ho parlato di tutto questo è come se Wallace avesse parlato di me. E mi sembra un pò di esistere. Potrò continuare a farlo, anche se sarà necessario farlo in sua assenza.

Oggi è il compleanno di DFW e questo delirio doveva essere un augurio di buon compleanno.
La sua bellissima testa è esplosa, come esplodevano le teste nei suoi romanzi.

Un uomo di parola.



17 ottobre 2013

Tra sé e sé

"Sconfiggere la volgarità planetaria è impossibile a priori, ma combattere senza pietà la nostra personale non si può definire nemmeno un atto di coraggio, ma di semplice igiene umana.
Non nutrirsi di spazzatura, non inghiottire avidamente tutto ciò che defluisce dalle vasche di decantazione di massa, ma mantenere una certa distanza tra sé e sé. Questo, dovremmo imparare a fare, anche se è più difficile che riuscire a fermare la pioggia. "


Daniele (Ero il piú stucchevole assaggiatore di libri)®

(su Lionel Asbo. Lo stato dell'Inghilterra, Amis Martin)

16 novembre 2012

Quello che rimane

Come in una collana, diverse scene si susseguono una dopo l'altra, vivide e  penetranti. Il morso del gatto, la festa, l'uscita "segreta" con Charlie, il ricordo di un incontro d'amore clandestino e il dolore della perdita, la visita all'amica, la violazione e il furto, l'orrore a casa del custode, e infine una specie di strappo come una presa di coscienza disperata e pacificante. Gli individui popolano le scene come misteriosi involucri, la cui apparenza confonde e mette continuamente alla prova tanto chi ha a che fare con loro quanto chi legge. La prefazione di Franzen è decisamente appassionata e mi aveva messo sulla difensiva, ma ho condiviso molte delle sue considerazioni. La scrittura di Paula Fox è diretta e potente. Ogni frase è li scarna ed essenziale e proprio per questo riverbera altro. Non c'è dialogo in cui non affiori la fatica di capire le ragioni dei gesti e delle parole degli altri, di un mondo che si sgretola e sembra scivolare nell'inciviltà e nel vuoto; il senso celato delle cose che accadono, che confondono con i loro significati segreti. Tutto questo ha tratti troppo familiari per non indurre a tornare indietro molte volte alle parole già lette, scavarle, e sperare di scoprirne altri.




"Su uno dei comodini c'era una pila di romanzi gialli nelle loro copertine economiche simili a quelle delle caramelle.
"Chi li legge? Tu o Flo?",
"Io", rispose con un sospiro e facendosi seducente.
"Per me vanno bene. Passano come un carro armato sopra a ciò che vivo. Uomini potenti. Donne palpitanti... la mente di un assassino esposta come il contenuto di un astuccio di matite per bambini".
"Non stai leggendo quelli giusti".
"Quelli nuovi sono quelli vecchi. La falsa complessità è soltanto un altro tipo di astuccio".
"Cosa succederà?", sbottò lei. "Tutto sta andando al diavolo".

(Quello che rimane, Paula Fox, Fazi Editore, pag.39)

12 ottobre 2012

Ettore Fobo

La prosa di Ettore Fobo, che sia un discorso su prose o poesie di altri oppure un riflesso interiore, è scritta in una lingua chiara: niente potrebbe nascondersi dietro le parole se non le ombre stesse dei contenuti che creando anfratti e cunicoli rendono desiderabile diramare simultaneamente i percorsi del pensiero. E' proprio questo il linguaggio che mi illudo di riconoscere, in parte per essere giustificata ad abbandonare la strada appena scelta per altre strade tutte coerenti con quella originaria poiché la sorgente stessa è mobile, instabile, perfetta e inutile, colma di vuoto. Sembra che la sostanza dei versi sia polvere staccata da questi pensieri appena più concreti, in cui tutto ciò che si rappresenta come umano è sfuggente e indefinibile, ma sempre riconoscibile. E' un'intercapedine in cui restare o muoversi, un luogo sempre tragico ma anche ridicolo, perché non manca mai la connotazione di eccessiva importanza nè l'assenza di significato dell'essere uomo, centro esatto di un niente e contenitore involontario di un universo non meno assente. Ciò che fluisce aumentando di spessore per poi dissolversi nuovamente tra un verso e una verità sottintesa se non taciuta - resa pura visione - è una specie di grazia della consapevolezza limpida e tranquilla di questo niente, e del ruolo della poesia che se ne fa voce per lo più inascoltata. In nessun tempo più che tra questi versi ombre e solitudine sono bene accette, la guerra è aperta e mai combattuta tra i due orrori opposti, le due condanne tra cui non è dato scegliere o mediare: l'omologazione o il silenzio - mentre la natura (il corpo, il sangue) fa da specchio agli aspetti più gelidi e vuoti di cui è intrisa l'esistenza sfiorati dalla brillantezza del momento predestinato alla fine.


"Vivo in quest'alito di inchiostro"

"(...) potremmo vivere in un flessuoso
vagito di ossessioni e visioni
od andare preconfezionati e infetti
tra i sassi sfatti od intatti
annegare nel plancton sciamante
dagli artigli del Re Corvo."

"No, nemmeno andarsene è utile,
bisogna nascere e vivere con lo slancio
di un milione di corvi, sotto il sole afflitto
di un'intelligenza che ha visto tutto."

"Togliersi una maschera
non è cosa da poco,
perchè sotto la sua scorza
strati di pelle maciullata
dicono quanto ella fosse,
seppur per breve istante,
proprio il nostro volto.

Non è poco
togliersi una maschera,
spesse volte è il vuoto
quello che copriva,
o la ben nota
stanchezza di essere cosa,
sotto il vilipendio dell'assenza."

"Custode di una perla di follia,
aveva versi rapidi come il fiume,
distoglieva il gioco dal suo senso,
moltiplicava abissi e si perdeva
in sconnessioni orfiche e danzava.
(...)
Con questo vento di poesie fuori dalle tasche,
fogli scritti col lapis,
per darla a bere al nulla, alla luna,
coll'impeto delle sue lacerazioni."

 (Ettore Fobo, da Sotto una luna in polvere, Kipple Officina Libraria, 2010)

Estasi e materia

"Mi capita di provare la stessa ripugnanza di quell'uomo che si uccise per non doversi più radere tutte le mattine. E tuttavia, il quotidiano, il quotidiano soltanto riesce a farmi aggrappare all'esistenza. Questi piccoli obblighi, questi ritmi sono formativi. Mi sono necessari. Mi liberano perché mi sottomettono. E' così: ho bisogno della schiavitù, delle regole di vita, dei ritmi. La mia libertà sopravvive soltanto all'interno di questa cornice. Allora, perché questa ripugnanza? Può darsi che il mio spirito non desideri veramente vivere? E' forse il lontano rumore di una tentazione profonda in ogni uomo, la tentazione del suicidio? Ogni minuto racchiude questa strana dualità. Il corpo é la vità, lo spirito é morte. La materia é l'essere, l'intelletto il nulla. E il segreto assoluto del pensiero é senza dubbio questo desiderio mai dimenticato di reimmergersi nella più estatica fusione con la materia, nel concreto tanto concreto da divenire astratto. La vita é forse questo passaggio, questa situazione tragica e instabile, questo nodo, questo punto che si muove sulla linea d'evoluzione dal nulla al nulla.
(...)
Anche rinunciare al piacere d'essere umili é duro. E' duro respingere questa parte di sé friabile, succulenta, generosa. E' duro sapere con esattezza ciò che si é. E' più facile lasciarsi andare a un esaltato affaccendarsi, ricevere lodi, dire a se stessi che si fa il bene. Questo lusinga. Questo permette momenti esaltanti. Al paragone di una simile civetteria, mi sembra molto preferibile l'orgoglio.
La pietà é intollerante, l'amore é tirannico, la virtù é ipocrita e la carità ingiuriosa. Se li paragoniamo a queste imbecilli virtù, i difetti sono meno aggressivi. Essi almeno non imbrogliano.
(...)
Povertà. Silenzio. Dolcezza. Non é nemmeno necessario essere lucidi. Nella pratica sistematica dell'illusione, c'é una povertà autentica e profonda. Sprofondato nel proprio gorgo, nella miserabile vertigine dell'immaginario, l'uomo può trovare questa umile pace, questa virtuosa riservatezza. Perché l'importante non sta nei livelli: ciò che é, é nell'essenza; e c'é una virtù della menzogna come c'é una virtù dell'esattezza. L'armatura, lo scheletro duro e indomabile dell'uomo, é questa fierezza che ha fatto il cammino a ritroso su se stessa ed é divenuta umiltà. Chi transige, chi mercanteggia con se stesso non é degno di essere piccolo. La volontà dell'infelicità non é facile: vuole essere portata fino in fondo, ha sete di infinito, desiderio di assoluto. Per essere abbandonato nudo e solo ci vuole passione e follia, come per essere grande fra i grandi. La gloria e l'infermità sono sovente della stessa natura: supremo orgoglio e suprema umiliazione tanto per l'una che per l'altra."

(J.M.G.Le Clézio, Estasi e Materia)

America

"Volevo scrivere qualcosa che parlasse a livello molto, molto profondo dell'America (...)"

(David Foster Wallace, Although of Course You End Up Becoming Yourself)