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13 maggio 2016

Sincronicità



Mentre continua il mio lavoro di esplorazione nei recessi ancora a me sconosciuti dei contenuti della produzione di David Bowie, cosa che già da un pò di tempo mi ha portato ad interessarmi a Jung, e mentre per altre non connesse strade, giungo a margine del lavoro di Michel Foucault di cui intravedo con difficoltà i confini, mi imbatto in questo post pubblicato sul blog della Stanford University, intitolato Rebel, Rebel? - Rivisiting the legacy of Michel Foucault via David Bowie. Un ritrovamento che ho trovato sorprendente e anche piuttosto divertente. L'immagine a corredo dell'articolo soprattutto, mi ha per qualche secondo decisamente spiazzato, come se qualcuno si fosse preso la briga di connettere due aree scollegate del mio cervello. L'esistenza di un articolo così specifico ha certamente un nesso acausale con le mie esperienze personali, e anche se il suo rinvenimento non è completamente casuale (poiché stavo effettivamente effettuando delle ricerche su Foucault), tutto questo mi porta direttamente a riflettere sul concetto di sincronicità di Jung.

La sincronicità, secondo Jung, si riferisce ad avvenimenti della realtà esterna che sono in corrispondenza significativa con un’esperienza interiore. Sincronicità non vuol dire “nello stesso tempo” ma “con lo stesso senso”.  Jung scrive: "Eppure resta un avvenimento inesplicabile, perché nelle condizioni dei nostri presupposti psichici, non ci si aspettava la sua realizzazione" (da Sincronicità - Coincidenze significative). Scrive Jung: "Io impiego dunque in questo contesto il concetto generale di sincronicità, nell'accezione speciale di coincidenza temporale di due o più eventi non legati da un rapporto causale, che hanno uno stesso o un analogo contenuto significativo. Uso quindi il termine "sincronicità" in opposizione a "sincronismo", "che rappresenta la semplice contemporaneità di due eventi".  (La sincronicità, Carl G.Jung, Biblioteca Bollati Boringhieri, p.39)


La sincronicità è interessante, al di là di quanto possa essere convincente, poiché intende spiegare alcune esperienze non riconducibili alle leggi fisiche della cultura occidentale, non in senso magico, ma ammettendo che eventi psichici possano essere connessi ad eventi esterni alla psiche, per una eventualità fortuita che ha interesse soltanto per il soggetto che ne prende atto e ne ha coscienza. La psiche individuale si inserisce nel pensiero universale o meglio in un universo in cui si fondono psiche e materia, l'unus mundus (Jung si era aperto alla cultura orientale e si rifaceva in particolare all'I Ching di cui fa menzione più volte nei suoi scambi epistolari). In qualche modo tenta di formalizzare il mistero che nasce da accadimenti che si è costretti ad ignorare perché non circoscrivibili all'interno delle leggi fisiche comunemente accettate in occidente, la cui valenza è dunque per Jung statistica e non universale. Dal punto di vista dell'individuo che la sperimenta, interviene come una conferma implicita nel rafforzare la sua convinzione in scelte e percorsi in realtà già intrapresi, con l'aria di fargli prendere una strada senza pensarci, - come accadrebbe nel seguire un particolare odore che ci investe o per un impulso improvviso -  più spesso di quanto un individuo che si ritenga razionale sarebbe disposto ad ammettere.


Lo strano percorso Bowie-Jung-Foucault-Bowie-Jung (a cui dovrei già aggiungere ulteriori sentieri a latere come Orwell, Colin Wilson, James Hillman etc.) si sta rivelando articolato e non lineare e con ogni probabilità destinato ad arricchirsi di nuove numerose ramificazioni.

Mi piacerebbe essere in grado di disegnare una mappa simbolica di questo strano paesaggio in costante evoluzione, un giorno.

05 aprile 2016

The Bewlay Brothers




La riscoperta di questo brano tratto da Hunky Dory e la ricerca di informazioni sulla sua storia mi ha portato alla pubblicazione di questo post. Propongo una mia traduzione (scusandomi per le probabili inesattezze) di un articolo tratto da Pushing Ahead of the Dame, vera miniera d'oro per quanto mi riguarda, ottima raccolta di analisi, brano per brano, di testi e musiche della sterminata produzione di Bowie. Hunky Dory ha segnato la vera ascesa di Bowie all'Olimpo delle star della musica, e ancora oggi è sorprendente come sia accaduto in questo modo, con brani così atipici, "strani", poco commerciali. The Bewlay Brothers è certamente un brano affascinante, melodico, in cui la passione acustica di Bowie è ancora molto presente, e in questo senso non troppo ostico. Eppure non manca l'unicità di una cifra stilistica che pure con enormi differenze tra un'era e l'altra della sua lunghissima carriera, tra un brano e l'altro dello stesso LP, persino tra una sezione e l'altra dello stesso brano, emerge ineluttabile, e potentemente, qui come altrove. Pur non essendo tra i brani che hanno segnato più di altri la mia crescita musicale, riascoltandolo ho avuto l'impressione di tornare alle origini di qualcosa che mi appartiene profondamente, un'epoca, un momento di formazione, un luogo dove accade qualcosa di specifico, di crescita personale. Probabilmente si tratta soltanto di un'atmosfera che mi cattura ancora con forza dopo moltissimo tempo, cancellando i limiti dello spazio e del tempo.
Ma questo è appunto il grande potere della musica.


The Bewlay Brothers

L’unica pipa che io abbia mai fumato è stata un’economica Bewlay. Era un articolo piuttosto diffuso negli ultimi anni Sessanta e per questa canzone ho usato il cognome Bewlay al posto del mio. Non si trattava soltanto di una canzone sull’essere fratelli e non volevo che venisse fraintesa usando il mio vero nome. Detto questo, non saprei come definire il testo di questa canzone se non suggerendo che esistono più livelli nascosti al suo interno. E’ un palinsesto, essenzialmente.”  – David Bowie, 2008

(Bowie qui usa il termine “palimpsest” nell’accezione artistica del termine, dove il palinsesto è il supporto pittorico di un’opera materica a più strati, probabilmente di opere diverse o composte in tempi diversi. [N.d.T.] )


The Bewlay Brothers è una delle ultime canzoni incise per Hunky Dory, l’unica che Bowie scrisse in studio (per le altre canzoni aveva creato dei demo anche mesi prima delle sessioni di registrazione per l’LP). Decenni più tardi, Bowie descrisse la nascita di questa canzone come impulsiva, quasi l'avesse vomitata:  “Avevo avuto enormi ammassi di parole da scrivere tutto il giorno.  La sera mi ero sentito distaccato e instabile, qualcosa aveva fermentato nella mia mente.” Registrò la canzone dopo che il resto della band era tornata a casa (anche se in seguito ovviamente ci furono delle sovraincisioni),  poi andò a bere al “Sombrero in Kensington High Street, o forse a quel locale fatiscente, La Chasse di Wardour Street”.

Bowie disse che era una canzone per il mercato americano. Quando il produttore gli chiese il perché, Bowie rispose che visto che gli americani amavano psicanalizzare i dischi, trovare indizi sulle copertine degli LP e in frasi buttate giù tanto per dire, aveva scritto una canzone per disorientarli. Al principio era sprezzante riguardo a “The Bewlay Brothers”,  la descrisse come “Star Trek con il giubbotto di pelle”, definiva il suo stesso testo incomprensibile. A posteriori sembra che Bowie fosse intenzionalmente evasivo a riguardo,  che cercasse di attutire la potenza del brano,  di evitare che il pubblico si avvicinasse troppo al suo vero significato.

I biografi hanno proposto interpretazioni risolutive del testo concentrandosi principalmente su Terry, il fratellastro schizofrenico di Bowie. (Cristopher Sandford: “La canzone infatti, aveva a che fare con lo schizofrenico Terry Burns”; George Tremlett spingendosi oltre ha specificato che il brano tratterebbe di una seduta spiritica che Terry e Bowie fecero negli anni ’60). Di sicuro lo sventurato Burns (che Bowie presto allontanò del tutto tagliando ogni contatto con lui) è il cuore della canzone; versi come “Mio fratello giace sui sassi/forse è morto forse no…” oppure “facevamo scappare i ragazzini” sembrano rifarsi ai tempi in cui Burns ebbe attacchi epilettici per strada, contorcendosi al suolo mentre il suo fratellastro lo guardava impotente. Ma una visione meramente autobiografica sarebbe certamente riduttiva, i Bewlay Brothers potrebbero essere altrettanto equivoci personaggi  gay come demoni, o due frammenti di una personalità in frantumi. (Bowie intervistato nel 2000: “Non sono mai stato certo di quale ruolo avesse veramente Terry nella mia vita, se Terry fosse una persona reale o se invece avessi a che fare con un’altra parte di me.”)
La verità, se ne esiste una, non sarà mai svelata: è sepolta da qualche parte all’interno di quest’opera magistrale di Bowie, che come ricompensa regala schegge di immaginazione, parole chiave sussurrate in sogno, nomi di dipinti perduti: "tempo di arroganza per i Ragazzi della Luna”; “il volto arcigno sul pavimento della cattedrale”; “una bugia enorme quanto speravano”; “sovrani dell’oblio”; “si sono comprati le loro posizioni con saccarina e fiducia”; “la crosta del sole”.

Un senso di stanca sconfitta si avverte in un verso come “E il libro impenetrabile che abbiamo scritto/oggi non potrà essere trovato”.

  
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Lester Bangs: “Ho visto Bowie la notte scorsa.”
Lou Reed: “Beato te. E’ molto triste.”
LB: “Ti ha fregato tutti i riff, ovviamente.”
LR: “Tutti rubano i riff. Tu rubi i tuoi. David ha scritto canzoni veramente grandi.”
LB: “ Oh andiamo. Tutti sanno scrivere belle canzoni! Sam the Sham ha scritto grandi canzoni! David ha mai scritto qualcosa di meglio di ‘Wooly Bully’?
LR: “Hai mai ascoltato “The Bewlay Brothers”, testa di cazzo?” 

(da “Let Us Now Praise Famous Death Dwarves,” Creem, March 1975.)
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“The Bewlay Brothers”, dopo un’austera intro di chitarra acustica e piano distorto, si compone di tre lunghi versi le cui ultime 14 battute fungono anche da chorus (una struttura simile ad altri brani precedenti come “Cygnet Committee”); i versi sono separati da intermezzi di chitarra da quattro battute, e si concludono con la bizzarra coda cantata da un coro grottesco a diverse velocità che sembra il ritorno dei fantasmi dei Laughing Gnomes (The Laughing Gnomes è un brano di Bowie molto simile a una filastrocca con giochi di parole nel testo, che uscì come singolo il 14 aprile del 1967 [N.d.T.]).

Considerando il brano come una serie di coppie di note, la canzone inizia in due chiavi alternate, modulando dal Re al Mi minore e ritorno; la voce di Bowie all'interno di certi versi ha l’eco; il piano e la chitarra di Mick Ronson a tratti sono così distorti da confondersi l’uno con l’altra; Bowie costruisce i primi versi di ogni strofa a coppie di battiti in rima da una sillaba (p.es., "SO it GOES/we WORE the CLOTHES/they SAID the THINGS/that MADE it SEEM", ecc.);  nei due intermezzi di chitarra le eleganti divagazioni della chitarra di Mick Ronson si contrappongono alle battute della chitarra acustica di Bowie. In chiusura l’alternarsi di Si minore e Fa, accordi che non si combinano tra loro (se il Si minore è la chiave, allora dovrebbe essere seguito da un Fa diesis, se la chiave è il Fa, dovrebbe trattarsi del Si bemolle): un binomio inconciliabile, così com’era tra i due fratelli.


La registrazione fu realizzata tra luglio e agosto del 1971. Un mixaggio alternativo del brano (decisamente differente dall’incisione dell’LP: le voci sono registrate a un volume molto più alto nella coda) fu inserito nel CD Ryko, rielaborazione  di Hunky Dory. Bowie non eseguì più il brano fino al 2002, quando ne registrò una versione per la BBC radio, scherzando sul fatto che il testo aveva molte più parole di Guerra e Pace. Parlò da uomo che non avrebbe riconosciuto il sé stesso più giovane se lo avesse incrociato per strada.


(Immagine in apertura del post originale: King Lear di Peter Brook, 1971)

26 gennaio 2016

L'uomo che leggeva il mondo



Che David Bowie fosse un grande lettore è noto da diversi anni. Ero ancora una ragazzina quando lessi un articolo sull'argomento. Possedeva una biblioteca con un numero impressionante di volumi, e si raccontava già allora di quanto fosse avido e irrequieto nel leggere, come la sua natura curiosa e probabilmente per molti aspetti morbosa, comandava. Si diceva anche (cito a memoria) che uno dei difetti della natura umana che riteneva  imperdonabile è la pigrizia mentale.
Tutto questo non fece che aumentare la già sconsiderata ammirazione che nutrivo per questo artista cervellotico dotato di una sensualità astratta, tanto più distaccato e inspiegabilmente lontano dal concetto di volgarità quanto più si ricopriva di maschere eccessive; dall'umorismo tagliente come un rasoio, folle e inquietante come un clown venuto da altri mondi, sognatore ai limiti del consentito, stupefacente ma sempre strettamente  connesso ai fenomeni e alle aberrazioni del suo tempo. Una psiche tanto sfaccettata da contenere un infinito numero di misteri da scoprire. Così come la vita dell'uomo e dell'artista è stata fino all'ultimo, infinita ricerca.

Riporto di seguito la lista dei cento libri preferiti di Bowie, in rete da molto tempo, ma in questi giorni prevedibilmente rimessa in circolazione, in buona compagnia di molte altre notizie, delle quali  la metà è imprecisa e un'altra buona percentuale è falsa - senza voler tener conto dei vari tentativi di sciacallaggio già attivamente all'opera, e credo di poter dire con sufficiente sicurezza che riguardo a questo siamo solo all'inizio. Come resistere all'impulso di impacchettare e rendere disponibile un nuovo prodotto da banco che già nasce in mille versioni diverse, vendibile anche senza ricetta, incredibilmente prolifico e buono (adesso) per tutti i mali?  Mi conforta pensare che proprio "lui" non possa non aver previsto tutto questo, e che come per tutti gli altri dettagli che riguardano l'epilogo della sua vita terrena, senza alcun dubbio deve aver pianificato ogni possibile  implicazione.
    


























Tornando alla lista, anche nuda e cruda racconta di per sé diverse cose, per esempio che se di ingordigia letteraria si trattava, non era però cieca voracità. Per quanto detto finora comunque, anche questa lista è da prendere con le molle per così dire.
Tanto per cominciare - e per finire, almeno per ora -  a me i libri risultano essere 99...


The Age of American Unreason (2008) di Susan Jacoby
La breve favolosa vita di Oscar Wao (2007) di Junot Díaz, Mondadori
La sponda di Utopia (2007) di Tom Stoppard, Sellerio
Teenage: The Creation of Youth 1875-1945 (2007) di Jon Savage
Ladra di Sarah Waters, Ponte delle grazie 2013
Processo a Henry Kissinger di Christopher Hitchens, Fazi 2003
Il gabinetto delle meraviglie di mr. Wilson (1999) di Lawrence Weschler, Adelphi
A People’s Tragedy: The Russian Revolution 1890-1924 (1997) di Orlando Figes
The Insult (1996) di Rupert Thomson
Wonder Boys (1995) di Michael Chabon
The Bird Artist (1994) di Howard Norman
Furoreggiava Kafka (1993 )di Anatole Broyard, Sylvestre Bonnard
Oltre il Brillo Box. Il mondo dell’arte dopo la fine della storia di Arthur C. Danto, Marinotti
Sexual personae: arte e decadenza da Nefertiti a Emily Dickinson di Camille Paglia, Einaudi
David Bomberg (1988) di Richard Cork
Sweet soul music. Il rhythm’n’blues e l’emancipazione dei neri d’Americadi Peter Guralnick, Arcana
Le vie dei canti (1986) di Bruce Chatwin, Adelphi
Hawksmoor (1985) di Peter Ackroyd
Nowhere To Run: The Story of Soul Music (1984) di Gerri Hirshey
Notti al circo di Angela Carter, Corbaccio
Money di Martin Amis, Einaudi
Rumore bianco di Don DeLillo, Einaudi
Il pappagallo di Flaubert di Julian Barnes, Einaudi
The Life and Times of Little Richard di Charles White
Storia del popolo americano: Dal 1492 a oggi di Howard Zinn, Il Saggiatore
Una banda di idioti di John Kennedy Toole, Marcos y Marcos
Interviste a Francis Bacon di David Sylvester, Skira
Buio a mezzogiorno di Arthur Koestler, Mondadori
Gli strumenti delle tenebre di Anthony Burgess, Rizzoli
Raw (rivista di grafica) 1980-91
Viz (rivista) 1979 –
I vangeli gnostici (1979) di Elaine Pagels, Mondadori
Metropolitan Life (1978) di Fran Lebowitz
Fra le lenzuola e altri racconti (1978) di Ian McEwan, Einaudi
The Paris Review. Interviste (1977)
Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza (1976) di Julian Jaynes, Adelphi
Tales of Beatnik Glory (1975) di Ed Saunders
Mystery train. Visioni d’America nel rock (1975) di Greil Marcus, Editori Riuniti
Selected Poems (1974) Frank O’Hara
Before the Deluge: A Portrait of Berlin in the 1920s (1972) di Otto Friedrich
Nel castello di Barbablù (1971) di George Steiner, Garzanti
Octobriana and the Russian Underground (1971) di Peter Sadecky
The Sound of the City: The Rise of Rock and Roll (1970) di Charlie Gillete
Riflessioni su Christa T (1968) di Christa Wolf
Awopbopaloobop Alopbamboom: The Golden Age of Rock (1968) di Nik Cohn
Il maestro e Margherita (1967) di Mikhail Bulgakov, Fermento
Journey into the Whirlwind (1967) di Eugenia Ginzburg
Ultima fermata a Brooklyn (1966) di Hubert Selby Jr., Feltrinelli
A sangue freddo (1965) di Truman Capote, Garzanti
Città di notte (1965) di John Rechy, Marco Tropea Editore
Herzog (1964) di Saul Bellow, Mondadori
Puckoon,  (1963) di Spike Milligan
The American Way of Death (1963) di Jessica Mitford
Il sapore della gloria (1963) di Yukio Mishima, Feltrinelli
La prossima volta Il fuoco (1963) di James Baldwin, Feltrinelli
Arancia Meccanica (1962) di Anthony Burgess, Einaudi
Nel ventre della balena (1962) di George Orwell, Bompiani
Gli anni fulgenti di miss Brodie (1961), Muriel Spark, Adelphi
Private Eye, rivista satirica britannica pubblicata dal 1961
La via senza testa. Lo zen e la riscoperta dell’ovvio (1961), Douglas Harding, 1961
Silenzio, John Cage, 1961
Strange People (1961), Frank Edwards
L’io diviso (1960), R. D. Laing, Einaudi
All The Emperor’s Horses (1960), David Kidd
Billy Liar (1959), Keith Waterhouse
Il Gattopardo (1958), Giuseppe Tomasi Di Lampedusa, Feltrinelli
Sulla strada (1957), Jack Kerouac, Mondadori
I persuasori occulti (1957), Vance Packard
La stanza di sopra (1957), John Braine, Garzanti
Una tomba per un delfino (1956), Alberto Denti di Pirajno
The Outsider (1956), Colin Wilson
Lolita (1955), Vladimir Nabokov, Adelphi
1984 (1949), George Orwell, Mondadori
The Street (1946), Ann Petry
Ragazzo negro (1945), Richard Wright, Einaudi
The Portable Dorothy Parker (1944) di Dorothy Parker
Lo straniero (1942) di Albert Camus, Bompiani
Il giorno della locusta (1939) di Nathanael West, et al. Edizioni Beano, (fumetto) 1938 –
La strada di Wigan Pier (1937) di George Orwell, Mondadori
Mr Norris se ne va (1935) di Christopher Isherwood, Einaudi
English Journey (1934) di J.B. Priestley
Infants of the Spring (1932) di Wallace Thurman
Il ponte La torre spezzata (1930) di Hart Crane, Mauro Pagliai Editore
Corpi vili (1930) di Evelyn Waugh, Bompiani
Mentre morivo (1930) di William Faulkner, Adelphi
Il 42esimo parallelo (1930) di John Dos Passos, BUR
Berlin Alexanderplatz, (1929) di Alfred Döblin, BUR
Passing, (1929) Nella Larsen, Sellerio
L’amante di Lady Chatterley (1928) di D.H. Lawrence, Giunti
Il Grande Gatsby (1925) di Francis Scott Fitzgerald, Edizioni Clandestine
La terra desolata (1922) T.S. Eliot, BUR
BLAST (1914–15) di Wyndham Lewis
McTeague (1899) di Frank Norris
La storia della magia con un’esposizione chiara e precisa delle sue regole, dei suoi riti e dei suoi misteri (1896) di Eliphas Lévi, Edizioni Brancato
Canti di Maldoror (1869) di Lautréamont, Feltrinelli
Madame Bovary (1856) di Gustave Flaubert, Edizioni Clandestine
Zanoni (1842) di Edward Bulwer-Lytton, Ascoltalibri Edizioni
Inferno, da “La Divina Commedia”, (1308–21) di Dante Alighieri, Edizioni Clandestine
Iliade (800 A.C) di Omero, Infilaindiana edizioni


13 gennaio 2016

La morte dell'Idolo


E’ più facile giustificare la propria dipendenza per la rete e per i social network oggi, che una venerazione artistica. Se sei un sociopatico nella vita reale ma hai uno o più profili attivi sul web, a qualunque età non hai ragioni per sentirti un disadattato, un reietto.

Affido questa specie di confessione alla rete, così tento di vestire con la falsa dignità dei social una paginetta che non potrebbe comunque avere pretese pseudo-giornalistiche, meno che mai letterarie. Tanto vale allora farlo passare per uno dei tanti sfoghi diaristici e piuttosto patetici che imperversano un pò ovunque sul web, da piccola sciocca adolescente intrappolata in una donna alle soglie dei cinquant'anni.

D’altra parte tutti dobbiamo venerare qualcosa. Piuttosto che un dio, il denaro, l’alcol o la droga, meglio allora un idolo che sappia incarnare qualcosa di significativo, meglio anche una rockstar.

Un idolo ti rappresenta, ma non si tratta solo di questo. Il tuo idolo ti conosce, sa chi sei. Quello che fa, lo fa per te, ed è la cosa giusta che serve a te in quel preciso momento della tua evoluzione interiore. Ti accudisce accogliendoti sotto la sua ala, ti accompagna nelle tue noiose o frenetiche giornate piene di impegni ordinari, ti sorprende. Sa cosa fare per rendere la tua vita interessante, è disturbante quando occorre. Ti rassicura, perché le cose che fa, le qualità che incarna sono cose che non sapevi di volere e di essere, e te le fa scoprire. 

Il tuo idolo ti serve, perché ti fa sentire una persona giusta e a posto anche se nel tempo ti sei convinto di essere davvero uno strano, un disadattato o un depresso. Un idolo è un agglomerato di gesti e scelte che diventano i simboli di ogni tua più inconfessabile o magari bellissima particolarità.  Ti definisce, disegna i tuoi contorni, traccia i confini del tuo cosmo. Ti cambia. E’ il tuo vestito di scena, la tua maschera, il tuo sguardo nascosto disperso  per il mondo, un messaggero che porta in casa tua quello che c’è là fuori, e il suo sguardo magicamente è il tuo.

Nel corso degli anni mi sono scelta alcuni idoli, certi fuochi improvvisi spentisi rapidamente così come erano divampati, altri nati nella noia lenta di un tempo dilatato come quello dell'adolescenza -  oppure più tardi con il rinnovato piacere della scoperta in età matura, -  che ardono tuttora di fiamma viva. Tutti hanno in comune una natura creativa, un animo artistico. Si tratta di musicisti, letterati, poeti. Il primo, il più grande e longevo, e l'unico che mi sia scelta che fosse ancora in vita, stella della musica rock/pop, e poi ancora tante tante altre cose, è David Bowie.

Quando avevo dodici o forse tredici anni mi capitò tra le mani un LP che mia sorella aveva portato a casa, forse il prestito di qualcuno: a lei e a quel qualcuno per questa ragione sarò eternamente riconoscente. Il primissimo piano del volto sulla copertina mi colpì immediatamente: una delicata fontana di capelli rossi, la pelle diafana e lievemente cosparsa di lentiggini, un piccolo neo sul labbro superiore, poi gli occhi:  uno specchio d’acqua limpida dai riflessi verdi sulla sinistra, un lago oscuro ampio e profondo sulla destra. Lo sguardo che è diventato il segno di una persistente originalità.  Il disco sul piatto, nell’aria risuonò Space Oddity. Da quel giorno per molto tempo non ci fu altro che questo, a ripetizione, un volto pallido e sfuggente che guardava sopra la mia spalla, e quelle canzoni, quella musica, quelle parole, quella voce. Negli anni a seguire ci furono tanti altri dischi, altri volti, maschere cangianti, e altre canzoni, poi i film. Ma sempre soprattutto la musica. Non era un idolo facile da portarsi appiccicato sul petto alla fine degli anni '70 in Italia. Alla scuola media non avevano idea di cosa parlassi. Ho covato il mio fuoco in segreto per anni. E mai avrei potuto sospettare allora, che tutto questo non sarebbe mai finito.

Space Oddity è stato una specie di portale verso un universo che si esprimeva attraverso un linguaggio completamente nuovo, una specie di crittografia del mondo così come ero abituata a conoscerlo. Allora non capivo quasi nulla di ciò che volesse dire, ma ora non credo che fosse così importante capire tutto. E in fondo non lo è stato neanche dopo. Il messaggio che ricevevo era che il mistero è qualcosa da coltivare e di cui nutrirsi, che esiste molto altro al di là della superficie levigata del reale. Che anche il più irriverente e provocatorio dei testi e dei travestimenti può essere maneggiato con incorruttibile eleganza, che se cammini nel territorio dell'arte puoi diventare intoccabile, e puro. Ogni esperimento musicale, ogni costume, ogni testo, ogni nuova spiazzante trovata mi comunicava che sentirsi diversi dagli altri, e soli, può anche essere una cosa buona, che possiamo utilizzare il nostro senso di alienazione e la nostra specifica individualità per farne qualcosa di strano e perfino bello, se non per tutti almeno per qualcuno. Che possiamo giocare con le nostre particolarità, con un po’ di abilità e di immaginazione riuscendo addirittura ad essere o sembrare quello che vogliamo, e divertirci. Possiamo nasconderci, al punto da mostrarci per quello che siamo senza nemmeno accorgercene. Naturalmente non è così semplice. Ma gli eroi dell'arte servono a questo, fanno tutto il lavoro anche per noi. Hanno il talento, i mezzi, la tenacia, l'arroganza, di certo anche la fortuna, ma soprattutto il coraggio per rischiare e fare tutto quello che noi comuni mortali per varie ragioni non potremmo nella nostra vita ordinaria. Ci permettono di avvicinarci al mistero, alla bellezza, al succo della vita e della morte, e del senso del nostro stare qui. Praticano esorcismi alle nostre più segrete paure. Tutto questo è stato Bowie per me. In questi ultimi quarant'anni o giù di lì ho fatto così tante cose, ho scritto, immaginato, sognato, disegnato, suonato, mi sono sentita felice, triste, attratta, perduta, turbata in tanti modi diversi, spaventata, ispirata, dalla musica e da tutte le geniali follie del mio grande idolo.

Ecco perché oggi, proprio oggi, il terzo giorno dopo il suo 69° compleanno, il terzo dopo aver ricevuto a casa la stella nera del suo ultimo regalo al mondo, oggi in questo 11 gennaio 2016 vengo a sapere della sua morte, e sento che si è spenta una luce, che niente sarà più bello luminoso e interessante come lo era prima. Per questo come me altre persone sparse per il mondo con ogni probabilità stanno provando la stessa strana profonda per certi versi incomprensibile tristezza. Il presente ora sembra buio e vuoto, improvvisamente bloccato, deprivato del poter essere abitato ancora dalla lucida pazzia contenuta in una famelica concezione dell'arte che ha spaziato in ogni direzione succhiando sostanza dal materiale a disposizione del momento, da un'originale e sempre imprevedibile interpretazione del reale e della contemporaneità.

Mentre penso a come David Bowie abbia usato, meticolosamente pianificato e in questo modo sconfitto la propria morte per creare la sua ultima straordinaria opera d'arte, a come abbia dato il meglio di sé fino all'ultimo giorno della propria esistenza terrena e artistica, - queste due da sempre una cosa sola - , sento di essergli grata, perché la creazione di un'opera d'arte è un atto che serve a gratificare e ad esprimere l'ego del suo autore, ma non appena divulgata comincia a vivere di vita propria e diventa un regalo al mondo, a chiunque voglia e sappia raccoglierlo e riconoscerlo.

Io adesso resto qui, immobile, fiera e composta come una vedova aliena, e sola, aspetto. Perché niente che lo riguardi è mai accaduto per caso. E di certo neanche questa volta. Non dimentichiamo le antiche parabole, le nostre ataviche certezze.

Era il terzo giorno quando Gesù annunciò la morte di Lazzaro. E come tutti sanno, Lazzaro dopo il terzo giorno, è resuscitato.


04 marzo 2013

Il quadrato bianco

Non è mai stato facile, e non lo è nemmeno ora. Un quadrato bianco cancella un volto, comunica alla clientela che Ziggy l'alieno non c'è più, almeno non così com'era. Nemmeno noi mentre assistiamo urlanti al suo e nostro divenire siamo più quelli, modificati, alcuni cresciuti all'ombra di un'elegante follia anche per mano sua. Abbiamo bisogno dell'uno e dell'altro, del giorno prima e di quello dopo. Di quanto eravamo non possiamo mica far finta che non sia mai stato. Ma l'avvertimento è d'obbligo, giusto se a qualcuno venisse la tentazione di cercarlo ancora in quel modo dentro questo disco. Cosa c'è all'interno quindi? Questo nuovo essere qui, non meno complesso, non meno intenso e spiazzante. E' ancora Bowie, non scherziamo, c'è eccome dietro la figura grigia che fa la spesa a New York con lo sguardo sprofondato nel volto sciolto, altrimenti non avrebbe scelto la copertina di Heroes trasfigurandola. Eroe in battaglia con il tempo. Ma cerchiamolo nel modo giusto, non dietro una patetica imitazione di se stesso. La nostalgia è una minaccia non meno orrenda della morte. Una certa parodia ci sta, la malinconia anche, perchè negarla, soprattutto quando pensi a Berlino, al chiasso infernale degli anni '70. Dove siamo adesso? Siamo qui, a dire la verità un pò stanchi,  abbiamo da fare. Vediamo le cose sbilenche, con un occhio diverso dall'altro, non c'è rimedio. Stiamo ancora tentando di adattarci alla vita sulla terra.
Mi sa che non siamo un gran che in questo, Mr Bowie.


>>Ziggy si sveglia a mezzanotte