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07 aprile 2015

Scheda N.3 - Il viaggio

Viaggio.
Parabola del viaggio come recupero/meditazione/studio delle proprie percezioni
Viaggio come astrazione simile all'arte
Camminare nel mondo guardandosi da un'altezza crescente e decidere così meglio il proprio percorso
guardare il mondo conosciuto con gli occhi del viaggiatore
alzare lo sguardo verso il cielo e i cornicioni equivale a porsi ad un punto di osservazione elevato
Fenomenizzare il viaggio
Opportunità di incontri dall'interno di una solitudine invasa dalla luce sfavillante dell'estraneità
Portare a passeggio la propria fortezza
Esporsi in primo luogo a odori sconosciuti, diverse rifrazioni della luce dovute ai materiali e a un diverso modo di impiegarli
Il suono si propaga per mezzo di nuove metodologie di approccio interpersonale
Ogni dialogo/incontro si prospetta come un'esperienza di rinascita e di una nuova visione di sè stessi
Il ritorno è anch'esso viaggio e ribalta la curvatura della propria proiezione nel mondo
Il viaggio solo sognato attraversa confini ancora più impazienti
Il viaggio in corso ci scolla da una fissità e dilata l'orizzonte del possibile
ma separa anche dalle specificità che ci appartengono e che per tutta la durata del viaggio non riescono più a farci ombra
Il viaggio compiuto si installa come una cimice sotto la pelle del polso e si fonde con i tessuti
l'Eterno Ritorno è anch'esso un viaggio
Non bisogna pensare che l'Eterno Ritorno sia una banalità.

02 aprile 2015

Il tempio di lettere

Che talento ho per la lettura! Lo so, perché dopo qualche tempo non conservo quasi nulla se non un’impressione, un colore, una convinzione di ciò che ho letto, senza poter essere in grado di riportare una frase o riassumere un capitolo. Se rileggo un libro che so avermi impressionato, le frasi che avevo sottolineate non mi sembrano più così importanti, mentre oggi ne segnerei di nuove tra quelle che forse avevo del tutto ignorato, e che ora non so più di aver letto.

Estasi e materia è un libro che in cinque anni non ho finito di rileggere. Qualcuno che non mi conosceva me lo suggerì, indovinando un possibile ceppo comune dai miei poveri scritti. Da allora non dimentico questo libro, ma dimentico cosa voglio che contenga. E così porto avanti i lavori del mio tempio infinito.

Trovo tutto questo magnifico e tragico.

Non essere tragici, non essere demoliti costantemente da sé stessi, sarebbe uno spreco di tempo, un’occasione mancata.

02 febbraio 2015

E' festa

Stai lì su una sedia, niente ti tocca, senti
l'antico sé farsi un sé più antico, immagini
solo la pazienza dell'acqua, la noia della pietra,
Pensi che il silenzio sia la pagina in più,
pensi che niente sia buono o  cattivo, nemmeno
il buio che inonda la casa mentre te ne stai seduto a guardarlo
arrivare. L'hai già visto altre volte. I tuoi amici
si muovono al di là della finestra, i volti sudici di rimpianto.
Vorresti salutarli ma non riesci a sollevare la mano.
Sei su una sedia. Ti volti verso la belladonna che distende
una rete velenosa intorno alla casa. Assapori
il miele dell'assenza. E' lo stesso ovunque
tu sia, lo stesso, che sia la voce a marcire prima
del corpo, o il corpo prima della voce.
Sai che il desiderio porta solo sofferenza, che la sofferenza
porta al compimento che porta al vuoto.
Sai che che adesso è diverso, che oggi è
festa, l'unica festa,
che arrendendoti al nulla
guarirai. Sai che è una gioia sentire
i tuoi polmoni prepararsi a un futuro di cenere,
così aspetti, lo sguardo immobile aspetti, e la polvere si posa
e le ore miracolose dell'infanzia brancolano nel buio.

(Mark Strand, da The Story of Our Lives, 1973 - La traduzione è mia)

13 gennaio 2015

Spaesamento


"La “vista voluta” dell’uomo che disegna richiede “una volontà che duri”: dunque il contrario della vaga e discontinua attenzione della vita di sempre: quella ci fa correre senza pace, per lo più nella contemporanea obbedienza a più compiti nello stesso tempo. Le sue sono dunque le leggi che rendono possibile la fretta: essenzialità, chiarezza dei segni, automatismi... Per orientarsi, dunque, basta una segnaletica, e figure lette come abbozzi standard.– Col disegno si entra in un altro mondo, già solo se si cerca semplicemente di copiare qualcosa. 



All’inizio, il miracolo dell’attenzione (Simone Weil!) precipita nello spaesamento, perché si scopre quanto cieca sia una lettura delle cose che le riduca al loro semplice riconoscimento. -Proust, a un certo punto racconta un momento in cui il narratore guarda la nonna, e vede finalmente che è vecchia, e che morirà. La visione costante ed economica della persona cara, cancellava invece, su quel volto e su quel corpo, il tempo - che sul corpo di un vecchio è l'essenziale.

Quello sguardo - in quante storie, religioni, miti? -, tra meraviglia e dolore, è un risveglio.
Il disegno coltiva - costanza e volontà - questa pratica, e “la festa dell’occhio è anche una battaglia”(Ib.). - Il primo gesto sarà allora la cancellazione della figura economica e convenzionale della cosa perché la cosa stessa emerga, astratta e complessa:  “mi accorgo che non conoscevo affatto quello che conoscevo: il naso della mia migliore amica...” (Ib.).

Così, sotto l’occhio di chi disegna le cose tornano intere, quindi misteriose. - Ma, se un uomo che disegna con una matita si costringe a una precisione di sguardo incomparabilmente maggiore, di quella che ci basta di solito,  va bene pensare come Valéry che non esiste arte che possa impegnare più intelligenza del disegno” (Ib.). "

06 ottobre 2014

Scheda N.2 - I ruoli

Figli, ma più nel senso di maternità come ruolo, come guscio che racchiude e che ti esclude dal mondo.
Rapporto con la maternità propria e altrui, incandescenza della propria percezione di capacità/incapacità/inadeguatezza nel senso di non possesso del diritto di insegnare alcunchè.
Separazione e divorzio, impossibilità di rinunciare al padre dei figli e di sottrarre loro la paternità.
Sensazione di poter scivolare in un territorio abitato da desolazione rituali e menzogne ancora più temibili dell'ipcocrisia matrimoniale e/o genitoriale.
Prospettiva dei figli randagi, privi di riferimenti per quanto fragili e soggetti a errore. Donne separate randagie.
Ciò che ti mostra debole è probabilmente la sensazione di non avere il diritto di violare una configurazione di base.
Ciò che ti fa sentire disarmato è la sensazione della menzogna nel trasmettere regole in cui non credi.
Timore/terrore/orrore di esercitare un controllo per il quale non ti senti autorizzato (regole che sai di non avere mai accettato).
Maternità e rapporto con la propria madre, assenza di una paternità o paternità flebile o autoritaria o persecutoria. Maternità eccessiva e maternità deviata, morbosa, psicotica o assente.
Paternità assente o in alternativa violenta.
Voglia di non controllo, delusione dei propri figli, coscienza matura delle debolezze dei propri genitori.
Aborto, desertificazione interiore, ossessione della maternità come desiderio autoimmune
Solitudine dell'essere procreatore
Percezione di sè stessi come DNA da riproduzione, sacchi di cellule funzionali alla vita in sé stessa.

29 luglio 2014

Quando si vive e basta


Genova mi atterrisce.
Spesso vado su Google Maps a guardare le strade di Sestri Ponente
cercando le tracce del vecchio aeroporto militare.
Wikipedia dice che è stato dismesso nel 1986 quando è stato inaugurato il nuovo Aeroporto Cristoforo Colombo. Mi sembra significativo - anche se probabilmente non lo è veramente - che la mia vecchia casa sia stata smantellata quando terminato il liceo facevo capolino nell'incertezza cronica dell'età adulta.
Qualcosa di questa città incomprensibile deve essermi rimasta dentro.
L'ultima volta circa dieci anni fa, lungo la sopraelevata verso il porto sono stata sopraffatta dall'incongruenza del paesaggio che mi strangolava tra il mare e il territorio inerpicato su per le colline, le facciate pastello sgretolate, l'ombra dei container su tutto. Ogni cosa è lì da tempo immemore eppure provvisoria. Deve essere l'effetto di tante partenze e ritorni.


Tutto questo non viene descritto in Un mucchio di giorni così,
però c'è. Ci sono tante cose che vengono descritte solo attraverso i fatti, che secondo me è il grande pregio di questo libro. Non una sola concessione a descrizioni o fraseggi, in poche parole alla "scrittura creativa". E' scritto in prima persona, un linguaggio asciutto e tagliente.

La struttura a salti temporali è interessante, anche se non so fino a che punto risponda a un progetto preciso dell'autore. Se il progetto c'era, non mi è stato subito chiaro e non mi andava troppo di approfondire per scoprire magari che si tratta di un espediente editoriale, il che avrebbe tolto qualcosa alla
bella lettura dell'ultima settimana. In effetti sarebbe l'unica ombra di questa storia ordinaria ma anche no dove per qualche giorno la mia stessa esistenza si è trovata contenuta, e per cui la mattina arrivando in ufficio mi fermavo alla sala caffè e non riuscivo a scendere e fare quello che dovevo fare senza prima leggere almeno un paio di pagine; e accendere quel dolore lieve e pungente dovuto al niente che ti fa sentire vivo e che si prova quando non si fa una cosa in particolare. Quando si vive e basta.

08 luglio 2014

Scheda N.1 - I luoghi

Portuense/Monteverde
I luoghi di una fattispecie di preparazione al niente, ma pieni di luce e gloria della gioventù.
La scoperta del mondo adulto come la fertilizzazione di un mondo di terra grassa e smossa. Aratura della vita, colonne bianche e capitelli in un seminterrato dove il desiderio per l'arte ha covato nel buio, senza riuscire a mostrarsi in gioventù.
Interiorità e tormento, incapacità e rifiuto di adattarsi a una qualsivoglia mimica o integrarsi in gruppo,
soppiantati poi da una frenesia inconsulta di essere parte del gruppo, essere dentro qualcosa e non fuori.
Mala sopportazione dell'esilio recuperato poi con maggior fuoco nell'età adulta.
Inconsapevole cocciuta persistenza nella propria campana di vetro.
Paura di perdersi come costante.
Solitudine profonda, coltivata, incessante, separazione e perdita del mondo. Conquista di una gaiezza durante la post-adolescenza e di un sottobosco di malinconia da lì in avanti.
Riaffiorare del tormento - per lo più poco cosciente - dopo i vent'anni in concomitanza di una profonda assenza da sé.
Elaborazione via via meno emotiva e più profonda --> artistica del tormento come materia incandescente, brodo primordiale a cui  attingere.

20 giugno 2014

Le onde

Guardiamo indietro e il cinismo ci ingoia.
Siamo davvero meno ingenui di quando portavamo i capelli lunghi?
Dovremmo calarci a fondo nelle forme di queste scarpe,
nelle linee dei palazzi e delle macchine, in questa difettosa modernità,
farne la culla del nostro senso di perdita. Camminare come bambini.
Perché perduti eravamo come ora, strappati alle fibre del tempo.
Nessun oggi ci appartiene e il domani non è ancora.
Siamo già un ricordo.

19 giugno 2014

Parodia

L'olio nella padella è denso.  Con il fuoco scioglie e prende a muoversi. 
Nel salotto risuona una musica melensa.  La tv trasmette parodie di attimi ordinari in cui nessuno ride.
L'uovo è quasi cotto. Sembra un occhio.

29 maggio 2014

Jeff Buckley




Analisi tecnica di "Grace"

(n.b.melisma)






Steve Hackett - la musica dei Genesis a Roma (22 maggio 2014)

Il progressive rock è fuori dal tempo. Ma non nel senso che avrei dato a questa espressione fino a giovedì scorso.

Si certo il progressive rock è una fase chiaramente circoscritta della storia musicale.
Ma tant'è, la stessa definizione di progressive e di rock non mi convincevano mentre vivevo incredula questo momento artistico.

Un susseguirsi di lunghe melodie, filastrocche, svolte improvvise, silenzi, mistero, il cantato e il parlato, tempi dispari, il dispiegarsi improvviso di suono puro verso le volte dell'Auditorium senza che fosse mai possibile rintracciare uno schema.
Un pò come quando le dita della mano destra di S.H. risalivano il manico della chitarra come se andassero a passeggio in un luogo che non aveva a che fare con la musica e con noi lì davanti.
Questo è il progressive, si dice.
Mi sembrava ancora più sorprendente quindi che nella penombra non ci fosse testa che non si muovesse a tempo, e che non sapesse esattamente cosa sarebbe accaduto un attimo dopo.




E' possibile che il successo di questa musica sia dovuto al porsi su un piano di pretenziosità, così sopra le righe da essere improbabile baluardo di un'unicità impossibile da ottenere diversamente?

O altrimenti come è stato possibile che una musica tanto concettuale, astratta perfino, che esibizioni in cui l'ironia spazza via gli stessi simboli di cui si serve, fossero così seguite negli anni '70 e che quella stessa
 musica svestite le maschere e rivisitata appena dalla sensibilità personale dei musicisti attuali riesca ancora oggi a richiamare folle di attempate anime "perse in questa terra di mezzo"?

Fuori dal tempo, questa musica parla ancora.
Siamo lontani dalla vita reale, dal mondo fuori.
Tanto lontani che queste lunghe sinfonie  progressive vibrano adesso come metafore dell'incomunicabilità delle paure e angosce più profonde, dell'inafferrabilità del tempo, dell'unicità del momento, del concetto stesso di arte che meglio interpreta ciò che più deforma, e che trasfigurando, incarna e svela.

(Anche per J.B.)

22 aprile 2014

Mentre morivo - William Faulkner

Ciò che trovi senza averlo cercato, che serra la voce e cancella ogni domanda prima che nasca l'idea di formularla.
Ciò che si pone non al di sopra della terra ma proprio là sotto le radici, nella sorgente segreta della letteratura, di cui nulla ci si chiede perché senza dar l'idea di averlo voluto, nel modo più difficile e scarno, percorrendo una traiettoria astratta come una zolla di terra, fiumi di sangue, linfa del mondo in decomposizione dagli albori del tempo, semplicemente è: prosa magnifica sorta dalle ceneri dell'Antologia di Spoon River di cui veste la coralità dispersa attraverso gli infiniti giochi di specchi nati dall'essere e dover essere o non poter essere: figli e padri e fratelli e sorelle e madri.
Ciò che attraversa il midollo della natura stessa dell'essere umani, il sonnolento incedere di esistenze risucchiate dalla follia e dal caso delle nascite e delle morti, e qualunque voce parli, sempre sempre questo affanno sotto i volti ingessati nel rispettare le atrocità di un orrendo copione in cui i contorni delle sagome di carta non corrisponderanno mai.

02 aprile 2014

Fly on a Windshield





There's something solid forming in the air,
And the wall of death is lowered in Times Square.
No-one seems to care,
They carry on as if nothing was there.

The wind is blowing harder now,
Blowing dust into my eyes.
The dust settles on my skin,
Making a crust I cannot move in
And I'm hovering like a fly, waiting for the windshield on the freeway.

Echoes of The Broadway Everglades
With their mythical madonnas still walking in their shades:
Lenny Bruce delcares a truce and plays his other hand
Marshall McLuhan, casual viewin', head buried in the sand.
Sirens on the rooftops wailing, but there's no ships sailing.
Groucho, with his movies trailing, stands alone with his punchline failing.

Ku Klux Klan serve hot soul foood and the band plays "in The Mood"
The cheerleader waves her cyanide wand,
There's a smell of peach blossom and bitter almond.
Caryl Chessman sniffs the air, and leads the parade
He knows, in a scent, you can bottle what you made!

There's Howard Hughes in blue suede shoes
Smiling at the Majorette, smoking Winston cigarettes
And as the song and dance begins, the children play at home
with needles...Needles and pins



21 febbraio 2014

La scopa del sistema

Sui miei appunti ho scritto: Lenore bisnonna è Wallace. Poi:  Lenore nipote è Wallace  Poi: Rick Vigorous è Wallace? E poi: Si.

Lenore bisnonna allieva di Wittgenstein è pronta a tutto per dimostrare il potere totalizzante delle parole. Usa le parole per influenzare, anzi plagiare senza remore Lenore nipote, al punto da "rovinarle la vita". Così pensa Rick Vigorous il quale racconta continuamente storie a Lenore nipote che non smette mai di chiederne a Rick. Anche perché crede senza condizioni agli insegnamenti della bisnonna. La quale bisnonna scompare ed è assente per tutta la durata del romanzo, costruito attorno alla voragine lasciata dalla volontaria defezione del vertice della piramide. L'autore non c'è. I personaggi vivono di vita propria, e se esistono è solo grazie alle parole. Ho segnato per più pagine appunti che tornano sempre su questo concetto di esistenza (di una persona di un fatto) garantita esclusivamente dal racconto che se ne fa.
Rick è follemen­te innamorato di Lenore. Ma se Lenore bisnonna è chiaramente Wallace, lo è anche Rick che racconta le storie, e lo è anche Lenore nipote che le legge. Anzi mi sembra che Lenore nipote sia più precisamente il rapporto di W. con la letteratura. Rick Vigorous non può vivere senza Lenore, che tra l'altro è un po' sentimentale riguardo a ciò che legge e si invaghisce di storie melodrammatiche e contorte. Eppure Rick preferisce che le storie le esamini e le scelga Lenore, evidentemente libera dalla contaminazione dovuta al "mestiere" di scrittore (o di editore). E Lenore lotta per non farsi incatenare da Rick. Ha questa convinzione incrollabile nel potere delle parole. E di certo, è proprio lei che più di ogni altro esiste per questo.
Se tutto questo (che è solo una piccolissima manciata di polvere sollevata dal mucchio di ciò che può essere pensato e detto e spazzato dalla scopa del sistema) è presente nel primo romanzo di DFW scritto a ventiquattro anni, non proverò mai più - avendo tra l'altro già fallito più e più volte  - a parlare di Infinite Jest, dove ogni microscopico dettaglio non è che la punta di un enorme iceberg, e dove ogni iceberg non è staccato dagli altri, ma connesso a tutti gli altri enormi iceberg di cui quel romanzo-cervello è fatto, a formare un'enorme rete neuronale di iceberg per cui toccandone uno accendi le connessioni verso un numero impressionante di altri possibili neuroni-iceberg interconnessi.

Dopo aver letto anche questo romanzo e ora che ho parlato di tutto questo è come se Wallace avesse parlato di me. E mi sembra un pò di esistere. Potrò continuare a farlo, anche se sarà necessario farlo in sua assenza.

Oggi è il compleanno di DFW e questo delirio doveva essere un augurio di buon compleanno.
La sua bellissima testa è esplosa, come esplodevano le teste nei suoi romanzi.

Un uomo di parola.



12 febbraio 2014

Margherita Vetrano su Granovisioni

Margherita Vetrano scrive recensioni di film In incognito.
In questo caso ha fatto un'eccezione con una bella recensione su Granovisioni, che con grande piacere pubblico qui.
Eccola.

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Granovisioni è un melting pot di idee, parole, poesia e prosa, fusi in un unico sguardo appassionato verso il dettaglio, la sensazione, l’emozione.
I capitoli sono ventotto, tutti diversi, ognuno col suo sapore, la sua visione a metà tra la realtà e la fantasia.
Elena Giacomelli scrive con gli occhi del cuore aprendo una finestra romantica, a volte più dura, sul mondo, ma lo fa sempre con una grazia ed un’eleganza che conquistano.
“La colpa” apre il libro ed è subito un pugno allo stomaco che costringe a tenere gli occhi aperti sulla narrazione. Il linguaggio è forbito, poco immediato e la comunicazione striscia oltre la linea di galleggiamento, ma il senso ci attanaglia e ci rapisce sprofondandoci in un universo parallelo, nelle granovisioni. A seguire “Millennio” dà il senso del perduto, un rimpianto appena sussurrato, della dolcezza del ricordo e del guardare indietro non solo per piangere ma anche per ricordare chi siamo. Regna una concretizzazione delle sensazioni che diventano liquidi appiccicosi, nettari divini o battito d’ali; l’idea diventa tangibile e rappresentata attraverso il tatto, l’odorato, paralleli impensati e impensabili che funzionano. Quando si prende il ritmo nella lettura, “Undici storie” spezza la cadenza con la sua cantilena di messaggi, sparati come fuochi d’artificio sul foglio bianco. Pietre miliari di cinica realtà. Ne “Il calcolo” c’è la comune esigenza di misurare tipica del mondo, di inscatolare pensieri e vissuto nel tentativo di controllare i fatti. Non è così ma ci appartiene ed è indispensabile.
Ed ecco che il passo cambia di nuovo fino all’ultimo sorprendente pezzo.
“Granovisioni” perché già dalle prime righe mantiene intatto il desiderio di terminare la lettura fino all’ultima pagina con la stessa intensità e con la certezza che in ogni suo più piccolo anfratto troveremo un po’ di noi. Il suo sospiro leggero di gioia o di angoscia è una brezza da cui lasciarsi accarezzare e strappare via le memorie più intime, per riscoprirle sotto forma di un nuovo linguaggio.
Da leggere.

Margherita Vetrano