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05 agosto 2015

Stig Dagerman



"Dal momento che mi trovo sulla riva del mare, dal mare posso imparare. Nessuno ha il diritto di pretendere dal mare che sorregga tutte le imbarcazioni o di esigere dal vento che riempia costantemente tutte le vele. Così nessuno ha il diritto di pretendere da me che la mia vita divenga una prigionia al servizio di certe funzioni. Non il dovere prima di tutto, ma prima di tutto la vita! Come ogni essere umano, devo avere diritto a dei momenti in cui posso farmi da parte e sentire di non essere solo un elemento di una massa chiamata popolazione terrestre, ma di essere un’unità che agisce autonomamente."

(Stig Dagerman, Il nostro bisogno di consolazione)



Un libretto di poche, davvero pochissime pagine, leggero come il vuoto, gigantesco e lucente come anticipato in copertina dalla riproduzione di un particolare della stanza di Dylan Thomas.

Da tenere in tasca, e centellinare al pari di un liquore prezioso.


21 luglio 2015

Chissà cos'è



Di seguito troverete: tutto un sentito dire o letto in rete intorno a. Molto poco oltre una fugace prospettiva a volo d'uccello sugli scritti di Ligotti e su meno della metà degli episodi della serie tv True Detective.

Non so se tutto questo mi interessa davvero, forse lo scoprirò leggendo The Conspiracy e guardando i restanti episodi di TD, sempre che non mi annoi prima di arrivare alla fine. La delusione e l'irritazione possono risultare sopportabili e perfino stimolanti, la noia no.

Nic Pizzolatto, scrittore della sceneggiatura, era partito con l'idea di scrivere un romanzo che poi non è riuscito a pubblicare.
Si è ispirato - molto - fino a guadagnarsi un'accusa di plagio -  al testo di Thomas Ligotti The Conspiracy Against The Human Race, non pubblicato in Italia, reperibile in Inglese (2011, Hippocampus Press).

Si dice che Ligotti, uno scrittore di culto statunitense horror-esistenzialista per un manipolo di seguaci, venga paragonato a Lovecraft, forse per l'atmosfera dei suoi racconti, o forse per una sorta di pessimismo radicale che però potrebbe essere poco più di una specie di fico atteggiamento, perché qualcuno parla di virate improvvise che sconfessano tutto il percorso precedente sia in alcuni scritti (L'attrazione), sia nel finale della serie tv.

Non avendo nemmeno mai letto Lovecraft, è evidente che questo post non avrebbe mai dovuto essere pubblicato.

Non c'è niente di vero in ciò che si scrive.

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Rust – Io mi considero una persona realista. Ma in termini filosofici sono quello che considereresti un pessimista.

M. - Ok. Che cosa significa?

R. – Che non sono uno spasso alle feste

M. – Lascia che te lo dica: non lo sei neanche in altre situazioni.

R. – Credo che la coscienza umana sia un tragico passo falso dell’evoluzione. Siamo troppo consapevoli di noi stessi. La natura ha creato un aspetto della natura separato da sé stessa. Siamo creature che non dovrebbero esistere, per le leggi della natura.

M. – Mmmmh! Mi sembra una gran bella stronzata!

R.- Siamo delle cose che si affannano nell’illusione di avere una coscienza. Questo incremento della reattività, e delle esperienze sensoriali, è programmato per darci l’assicurazione che ognuno di noi è importante. Quando invece, siamo tutti insignificanti.

M. – Io non andrei in giro a sparare queste stronzate. La gente da queste parti, non la pensa così. Io, non la penso così.

R. – E io credo che la cosa più onorevole per la nostra specie sia rifiutare la programmazione. Smetterla di riprodurci. Procedere mano nella mano verso l’estinzione. Un’ultima mezzanotte, in cui fratelli e sorelle rinunciano ad un trattamento iniquo.

M. – Allora, che senso ha alzarsi dal letto la mattina?

R. – Io dico a me stesso che sono un testimone. Ma la risposta giusta è che sono stato programmato così. E mi manca la disposizione al suicidio.

(...)


(True Detective, Prima serie, Ep.1, scena della macchina)



14 aprile 2015

Risposte a domande mai fatte

Lo sai ti verrà la tentazione di rinunciare. Ti diranno: la poesia è sempre triste.
E tu sentirai salire in te un imbarazzo perché riconoscerai che è vero.
Per difenderti ti verrà voglia di contraddirti. E perché poi la poesia non potrebbe essere felice?
Ecco ora io ti chiedo: sei felice? Ed è certo che a te come a chiunque altro la domanda sembrerà strana, inopportuna, persino irritante. Che domanda è? Mi stai chiedendo se sono felice in questo momento o in assoluto? E felice come? Ma tutti questi tentativi di scomporre il problema non ti aiuteranno a trovare una risposta.
Non è niente, non devi preoccuparti. La domanda è lecita come lo è il tuo imbarazzo. Dentro di te, fin da molto molto piccola, lo hai sempre saputo. Si tratta proprio di questo. La poesia è la scelta di non rinunciare a niente di quello che ci succede, di non nasconderlo, di andare a raccontarlo al mondo senza omettere il dolore. E' la volontà di non sotterrare il nòcciolo di tristezza che sta proprio nel centro di tutte le felicità e che rende tanto difficile riconoscerle mentre si vivono. Io, si, sono felice. Mi alzo, mangio, lavoro, sposto oggetti, leggo, parlo, agisco, ascolto, sorrido. Me ne vado in giro nella mia felicità portandomi dietro questa piccola sacca di disperata malinconia e di solitudine. Può essere una cosa da nulla, l'aria non abbastanza tersa, la prospettiva di una giornata liscia e senza attese, una musica inadatta, oppure troppo esatta. O una cosa grande come un'assenza, il senso del tempo, o una stanchezza. Un'irragionevole ovvia disperazione.
Andarsene in giro così.
Ecco cos'è, la poesia.

07 aprile 2015

Scheda N.3 - Il viaggio

Viaggio.
Parabola del viaggio come recupero/meditazione/studio delle proprie percezioni
Viaggio come astrazione simile all'arte
Camminare nel mondo guardandosi da un'altezza crescente e decidere così meglio il proprio percorso
guardare il mondo conosciuto con gli occhi del viaggiatore
alzare lo sguardo verso il cielo e i cornicioni equivale a porsi ad un punto di osservazione elevato
Fenomenizzare il viaggio
Opportunità di incontri dall'interno di una solitudine invasa dalla luce sfavillante dell'estraneità
Portare a passeggio la propria fortezza
Esporsi in primo luogo a odori sconosciuti, diverse rifrazioni della luce dovute ai materiali e a un diverso modo di impiegarli
Il suono si propaga per mezzo di nuove metodologie di approccio interpersonale
Ogni dialogo/incontro si prospetta come un'esperienza di rinascita e di una nuova visione di sè stessi
Il ritorno è anch'esso viaggio e ribalta la curvatura della propria proiezione nel mondo
Il viaggio solo sognato attraversa confini ancora più impazienti
Il viaggio in corso ci scolla da una fissità e dilata l'orizzonte del possibile
ma separa anche dalle specificità che ci appartengono e che per tutta la durata del viaggio non riescono più a farci ombra
Il viaggio compiuto si installa come una cimice sotto la pelle del polso e si fonde con i tessuti
l'Eterno Ritorno è anch'esso un viaggio
Non bisogna pensare che l'Eterno Ritorno sia una banalità.

02 aprile 2015

Il tempio di lettere

Che talento ho per la lettura! Lo so, perché dopo qualche tempo non conservo quasi nulla se non un’impressione, un colore, una convinzione di ciò che ho letto, senza poter essere in grado di riportare una frase o riassumere un capitolo. Se rileggo un libro che so avermi impressionato, le frasi che avevo sottolineate non mi sembrano più così importanti, mentre oggi ne segnerei di nuove tra quelle che forse avevo del tutto ignorato, e che ora non so più di aver letto.

Estasi e materia è un libro che in cinque anni non ho finito di rileggere. Qualcuno che non mi conosceva me lo suggerì, indovinando un possibile ceppo comune dai miei poveri scritti. Da allora non dimentico questo libro, ma dimentico cosa voglio che contenga. E così porto avanti i lavori del mio tempio infinito.

Trovo tutto questo magnifico e tragico.

Non essere tragici, non essere demoliti costantemente da sé stessi, sarebbe uno spreco di tempo, un’occasione mancata.

02 febbraio 2015

E' festa

Stai lì su una sedia, niente ti tocca, senti
l'antico sé farsi un sé più antico, immagini
solo la pazienza dell'acqua, la noia della pietra,
Pensi che il silenzio sia la pagina in più,
pensi che niente sia buono o  cattivo, nemmeno
il buio che inonda la casa mentre te ne stai seduto a guardarlo
arrivare. L'hai già visto altre volte. I tuoi amici
si muovono al di là della finestra, i volti sudici di rimpianto.
Vorresti salutarli ma non riesci a sollevare la mano.
Sei su una sedia. Ti volti verso la belladonna che distende
una rete velenosa intorno alla casa. Assapori
il miele dell'assenza. E' lo stesso ovunque
tu sia, lo stesso, che sia la voce a marcire prima
del corpo, o il corpo prima della voce.
Sai che il desiderio porta solo sofferenza, che la sofferenza
porta al compimento che porta al vuoto.
Sai che che adesso è diverso, che oggi è
festa, l'unica festa,
che arrendendoti al nulla
guarirai. Sai che è una gioia sentire
i tuoi polmoni prepararsi a un futuro di cenere,
così aspetti, lo sguardo immobile aspetti, e la polvere si posa
e le ore miracolose dell'infanzia brancolano nel buio.

(Mark Strand, da The Story of Our Lives, 1973 - La traduzione è mia)

13 gennaio 2015

Spaesamento


"La “vista voluta” dell’uomo che disegna richiede “una volontà che duri”: dunque il contrario della vaga e discontinua attenzione della vita di sempre: quella ci fa correre senza pace, per lo più nella contemporanea obbedienza a più compiti nello stesso tempo. Le sue sono dunque le leggi che rendono possibile la fretta: essenzialità, chiarezza dei segni, automatismi... Per orientarsi, dunque, basta una segnaletica, e figure lette come abbozzi standard.– Col disegno si entra in un altro mondo, già solo se si cerca semplicemente di copiare qualcosa. 



All’inizio, il miracolo dell’attenzione (Simone Weil!) precipita nello spaesamento, perché si scopre quanto cieca sia una lettura delle cose che le riduca al loro semplice riconoscimento. -Proust, a un certo punto racconta un momento in cui il narratore guarda la nonna, e vede finalmente che è vecchia, e che morirà. La visione costante ed economica della persona cara, cancellava invece, su quel volto e su quel corpo, il tempo - che sul corpo di un vecchio è l'essenziale.

Quello sguardo - in quante storie, religioni, miti? -, tra meraviglia e dolore, è un risveglio.
Il disegno coltiva - costanza e volontà - questa pratica, e “la festa dell’occhio è anche una battaglia”(Ib.). - Il primo gesto sarà allora la cancellazione della figura economica e convenzionale della cosa perché la cosa stessa emerga, astratta e complessa:  “mi accorgo che non conoscevo affatto quello che conoscevo: il naso della mia migliore amica...” (Ib.).

Così, sotto l’occhio di chi disegna le cose tornano intere, quindi misteriose. - Ma, se un uomo che disegna con una matita si costringe a una precisione di sguardo incomparabilmente maggiore, di quella che ci basta di solito,  va bene pensare come Valéry che non esiste “arte che possa impegnare più intelligenza del disegno” (Ib.). "

06 ottobre 2014

Scheda N.2 - I ruoli

Figli, ma più nel senso di maternità come ruolo, come guscio che racchiude e che ti esclude dal mondo.
Rapporto con la maternità propria e altrui, incandescenza della propria percezione di capacità/incapacità/inadeguatezza nel senso di non possesso del diritto di insegnare alcunchè.
Separazione e divorzio, impossibilità di rinunciare al padre dei figli e di sottrarre loro la paternità.
Sensazione di poter scivolare in un territorio abitato da desolazione rituali e menzogne ancora più temibili dell'ipcocrisia matrimoniale e/o genitoriale.
Prospettiva dei figli randagi, privi di riferimenti per quanto fragili e soggetti a errore. Donne separate randagie.
Ciò che ti mostra debole è probabilmente la sensazione di non avere il diritto di violare una configurazione di base.
Ciò che ti fa sentire disarmato è la sensazione della menzogna nel trasmettere regole in cui non credi.
Timore/terrore/orrore di esercitare un controllo per il quale non ti senti autorizzato (regole che sai di non avere mai accettato).
Maternità e rapporto con la propria madre, assenza di una paternità o paternità flebile o autoritaria o persecutoria. Maternità eccessiva e maternità deviata, morbosa, psicotica o assente.
Paternità assente o in alternativa violenta.
Voglia di non controllo, delusione dei propri figli, coscienza matura delle debolezze dei propri genitori.
Aborto, desertificazione interiore, ossessione della maternità come desiderio autoimmune
Solitudine dell'essere procreatore
Percezione di sè stessi come DNA da riproduzione, sacchi di cellule funzionali alla vita in sé stessa.

29 luglio 2014

Quando si vive e basta


Genova mi atterrisce.
Spesso vado su Google Maps a guardare le strade di Sestri Ponente
cercando le tracce del vecchio aeroporto militare.
Wikipedia dice che è stato dismesso nel 1986 quando è stato inaugurato il nuovo Aeroporto Cristoforo Colombo. Mi sembra significativo - anche se probabilmente non lo è veramente - che la mia vecchia casa sia stata smantellata quando terminato il liceo facevo capolino nell'incertezza cronica dell'età adulta.
Qualcosa di questa città incomprensibile deve essermi rimasta dentro.
L'ultima volta circa dieci anni fa, lungo la sopraelevata verso il porto sono stata sopraffatta dall'incongruenza del paesaggio che mi strangolava tra il mare e il territorio inerpicato su per le colline, le facciate pastello sgretolate, l'ombra dei container su tutto. Ogni cosa è lì da tempo immemore eppure provvisoria. Deve essere l'effetto di tante partenze e ritorni.


Tutto questo non viene descritto in Un mucchio di giorni così,
però c'è. Ci sono tante cose che vengono descritte solo attraverso i fatti, che secondo me è il grande pregio di questo libro. Non una sola concessione a descrizioni o fraseggi, in poche parole alla "scrittura creativa". E' scritto in prima persona, un linguaggio asciutto e tagliente.

La struttura a salti temporali è interessante, anche se non so fino a che punto risponda a un progetto preciso dell'autore. Se il progetto c'era, non mi è stato subito chiaro e non mi andava troppo di approfondire per scoprire magari che si tratta di un espediente editoriale, il che avrebbe tolto qualcosa alla
bella lettura dell'ultima settimana. In effetti sarebbe l'unica ombra di questa storia ordinaria ma anche no dove per qualche giorno la mia stessa esistenza si è trovata contenuta, e per cui la mattina arrivando in ufficio mi fermavo alla sala caffè e non riuscivo a scendere e fare quello che dovevo fare senza prima leggere almeno un paio di pagine; e accendere quel dolore lieve e pungente dovuto al niente che ti fa sentire vivo e che si prova quando non si fa una cosa in particolare. Quando si vive e basta.

08 luglio 2014

Scheda N.1 - I luoghi

Portuense/Monteverde
I luoghi di una fattispecie di preparazione al niente, ma pieni di luce e gloria della gioventù.
La scoperta del mondo adulto come la fertilizzazione di un mondo di terra grassa e smossa. Aratura della vita, colonne bianche e capitelli in un seminterrato dove il desiderio per l'arte ha covato nel buio, senza riuscire a mostrarsi in gioventù.
Interiorità e tormento, incapacità e rifiuto di adattarsi a una qualsivoglia mimica o integrarsi in gruppo,
soppiantati poi da una frenesia inconsulta di essere parte del gruppo, essere dentro qualcosa e non fuori.
Mala sopportazione dell'esilio recuperato poi con maggior fuoco nell'età adulta.
Inconsapevole cocciuta persistenza nella propria campana di vetro.
Paura di perdersi come costante.
Solitudine profonda, coltivata, incessante, separazione e perdita del mondo. Conquista di una gaiezza durante la post-adolescenza e di un sottobosco di malinconia da lì in avanti.
Riaffiorare del tormento - per lo più poco cosciente - dopo i vent'anni in concomitanza di una profonda assenza da sé.
Elaborazione via via meno emotiva e più profonda --> artistica del tormento come materia incandescente, brodo primordiale a cui  attingere.

20 giugno 2014

Le onde

Guardiamo indietro e il cinismo ci ingoia.
Siamo davvero meno ingenui di quando portavamo i capelli lunghi?
Dovremmo calarci a fondo nelle forme di queste scarpe,
nelle linee dei palazzi e delle macchine, in questa difettosa modernità,
farne la culla del nostro senso di perdita. Camminare come bambini.
Perché perduti eravamo come ora, strappati alle fibre del tempo.
Nessun oggi ci appartiene e il domani non è ancora.
Siamo già un ricordo.

19 giugno 2014

Parodia

L'olio nella padella è denso.  Con il fuoco scioglie e prende a muoversi. 
Nel salotto risuona una musica melensa.  La tv trasmette parodie di attimi ordinari in cui nessuno ride.
L'uovo è quasi cotto. Sembra un occhio.

29 maggio 2014

Jeff Buckley




Analisi tecnica di "Grace"

(n.b.melisma)






Steve Hackett - la musica dei Genesis a Roma (22 maggio 2014)

Il progressive rock è fuori dal tempo. Ma non nel senso che avrei dato a questa espressione fino a giovedì scorso.

Si certo il progressive rock è una fase chiaramente circoscritta della storia musicale.
Ma tant'è, la stessa definizione di progressive e di rock non mi convincevano mentre vivevo incredula questo momento artistico.

Un susseguirsi di lunghe melodie, filastrocche, svolte improvvise, silenzi, mistero, il cantato e il parlato, tempi dispari, il dispiegarsi improvviso di suono puro verso le volte dell'Auditorium senza che fosse mai possibile rintracciare uno schema.
Un pò come quando le dita della mano destra di S.H. risalivano il manico della chitarra come se andassero a passeggio in un luogo che non aveva a che fare con la musica e con noi lì davanti.
Questo è il progressive, si dice.
Mi sembrava ancora più sorprendente quindi che nella penombra non ci fosse testa che non si muovesse a tempo, e che non sapesse esattamente cosa sarebbe accaduto un attimo dopo.




E' possibile che il successo di questa musica sia dovuto al porsi su un piano di pretenziosità, così sopra le righe da essere improbabile baluardo di un'unicità impossibile da ottenere diversamente?

O altrimenti come è stato possibile che una musica tanto concettuale, astratta perfino, che esibizioni in cui l'ironia spazza via gli stessi simboli di cui si serve, fossero così seguite negli anni '70 e che quella stessa
 musica svestite le maschere e rivisitata appena dalla sensibilità personale dei musicisti attuali riesca ancora oggi a richiamare folle di attempate anime "perse in questa terra di mezzo"?

Fuori dal tempo, questa musica parla ancora.
Siamo lontani dalla vita reale, dal mondo fuori.
Tanto lontani che queste lunghe sinfonie  progressive vibrano adesso come metafore dell'incomunicabilità delle paure e angosce più profonde, dell'inafferrabilità del tempo, dell'unicità del momento, del concetto stesso di arte che meglio interpreta ciò che più deforma, e che trasfigurando, incarna e svela.

(Anche per J.B.)

22 aprile 2014

Mentre morivo - William Faulkner

Ciò che trovi senza averlo cercato, che serra la voce e cancella ogni domanda prima che nasca l'idea di formularla.
Ciò che si pone non al di sopra della terra ma proprio là sotto le radici, nella sorgente segreta della letteratura, di cui nulla ci si chiede perché senza dar l'idea di averlo voluto, nel modo più difficile e scarno, percorrendo una traiettoria astratta come una zolla di terra, fiumi di sangue, linfa del mondo in decomposizione dagli albori del tempo, semplicemente è: prosa magnifica sorta dalle ceneri dell'Antologia di Spoon River di cui veste la coralità dispersa attraverso gli infiniti giochi di specchi nati dall'essere e dover essere o non poter essere: figli e padri e fratelli e sorelle e madri.
Ciò che attraversa il midollo della natura stessa dell'essere umani, il sonnolento incedere di esistenze risucchiate dalla follia e dal caso delle nascite e delle morti, e qualunque voce parli, sempre sempre questo affanno sotto i volti ingessati nel rispettare le atrocità di un orrendo copione in cui i contorni delle sagome di carta non corrisponderanno mai.